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Un po' math, un po' prog, un po' (molto po') pop i portlandesi 31 knots hanno le carte in regola per essere amati da chi non legge il nostro magazine. Però son validi e degni di attenzione. Ricordano vagamente i Cardiacs.

 

 

 
 

Discografia:

A word is also a picture of a word (54-40 or fight, 2002)
It was high time to escape (54-40 or fight, 2003)
The curse of the longest day (Own records, 2004)
Talk Like Blood (Polyvinyl, 2005)

Sito ufficiale:
www.31knots.com

 
 

 

 
 

Talk Like Blood
(Polyvinyl, 2005)

 
 

Avevo già scritto bene dei portlandesi 31 Knots. Un ottimo ep aveva introdotto al pubblico di indiepop.it le loro prerogative più da rockers che da poppers e da rockers più articolati di qualunque gruppo indierock si derogasse qui a recensire. Qualcosa di molto al confine con generi i cui soli nomi ci spingono giustamente a rivendicare la nostra distanza e ad accapponare la pelle. Dio (s'esistesse e intercedesse) saprebbe quanto distanti dal mio percorso spirituale le chitarre elettriche in distorsione hanno finito per vivacchiare. Un tempo ascoltavo quei pazzi dei Voivod, redenti dal metal dal male minore progressive. Saprebbe pure quanto limitati rapporti con strutture progressive io intrattenga.
Ma perDio! I 31 Knots sono dei tipi creativi, lo posso dire? Lo posso dire anche qui? Come fanno ad armonizzare così tanti ruvidi spunti in tracce musicali che sembrano divagare e prendere cento direzioni nel corso di pochi minuti ed invece rimangono nel perimetro di se stesse donandosi nella loro natura intima più essenziale come "canzoni"? E come fanno a sciorinare soluzioni quasi sempre brillanti per togliersi dagli impacci del rumore fine a se stesso? Sin dal primo ascolto è ovvio si tratti di un gruppo atipico. Ok, e allora potete scegliere di accontentarvi di ciò e fieramente riporre il cd, oppure avventurarvi per concedergli la chance dell'abitudine. Lo so che non è facile, soprattutto se tenete nel cuore quel meraviglioso pezzo dei White Birch che scioglie piuttosto che tagliare. Qui si rocka, si articola, si crea, in senso pieno, una fitta ragnatela di geometrie chitarristiche, al confine dell'algido sfoggio. C'è una perfetta sincronia fra chitarra, basso e batteria, e niente è usato abbastanza da stancare. La voce di John Haege è robusta, ma non insolentemente virtuosa, la sua chitarra riffa, crea fraseggi a getto continuo, stacca ed è inarrestabile nel suo certosino integrarsi con il basso di Jay Winebrenner e la batteria di Jay Pellicci.
La cosa davvero sorprendente a me stesso è che il risultato di tutto ciò sia decisamente superiore (e rassicurante) dei modi in cui l'esprimo. Leggendo questa recensione io non comprerei questo disco. Eppure la sto scrivendo per dirvi che questo disco ha da comprarsi, aggiungendo che anche gli amanti del pop non ne resteranno troppo delusi. Ovviamente da secondo/terzo ascolto. E ovviamente non lasciandosi ingannare. Il quadro di senso emerge ascolto dopo ascolto, gli strumenti scompaiono. Il senso, che è la canzone, ha un cuore d'oro e inizia a pulsare.
Questo sia detto in generale, col cuore in mano.
Let's talk like blood!

Alessandro


 
 

The Curse of the Longest Day
(Own Records, 2004)

 
 

Probabilmente la musica che siamo soliti chiamare indiepop, ben oltre la chiara indicatività dei termini che ne compongono l'etichetta starebbe a indicare l'esatta antitesi del termine frigidità.
Una bella copertina color pastello, qualche chitarrina e tastierina, voce abbastanza cute ma non tanto da generare dandruff - lo sapete, no?
Frigido, partendo da qui, sarebbe qualcosa in cui l'elemento *articolazione strumentale* predominasse sulla "sostanza", fissata metafisicamente (e da me, ora, arbitrariamente) nella melodia.
Avete presente il math rock? (brr..). Avete presente il progressive? (brrr..) Avete presente la musica intellettuale? (brrr…) Ecco, questa è musica frigida.
Dovete avere un bel camino e del buon vino per equilibrare.
Voi, ragazze, non cercate di portarvi a letto Glenn Branca; non ha senso.
Ci sono viceversa un sacco di musicisti indiepop che vivono di sentimenti molto comunicabili, e non hanno mai affinato certi mezzi di seduzione.

Mi arriva il nuovo mini lp dei portlandesi 31knots. 5 pezzi.
Lo ascolto prevenuto, frigidamente, perché so che mi aspetta una bella dose di frigidità.
Lo sheet allegato al plico suggerisce che i 31 knots siano il più grande gruppo mai apparso sulla terra; mi dico: perfetto, i conti tornano, è sicuramente un disco prog.
Ma una chance bisogna darla.
Darla è sempre meglio. Anche in ambito indiepop; ma basta qui con la sottile ironia.

Non drammatizziamo, dunque, perché il disco si fa ascoltare, e ben oltre il fatto che ho premuto play sul lettore e pago la bolletta all'Enel.
All'attacco mi vengono in mente gli ultimi Voivod, che non so come, riuscivo ad amare in tempi di formazione culturale. E anche ora, l'effetto è interessante; chitarre taglienti legate a sferragliate di batteria in stop and go.
C'è una buona attitudine, però, a tramare sotto questi elementi esteriori e costruire canzoni, se non memorabili, quantomeno dotate di motivo intrinseco.
Niente che canticchieremmo sotto la doccia, ma fino a quando paghiamo la bolletta all'Enel, meritevoli della nostra attenzione.

Prog-pop? Boh, io a questa definizione lego il mio immarcescibile ricordo dei Cardiacs, perché ad un certo punto la frigida sfilza di invenzioni strumentali (ma senza bisogno di assoli) si apriva in squarciate molto pop.
Qui non ci sono radure, ma sempre cartelli che indicano. Ad un certo punto i cartelli iniziano ad indicare altri cartelli. Però sono Signori Cartelli. Ad un certo punto vi prende la smania di non arrivare più da nessuna parte.
Accomodatevi: non ci si arriva.

Se andassimo un po' più avanti in melodia arriveremmo alle impiastricciate melensaggini dei Muse, se tornassimo un passo indietro il math (brr..) incomberebbe.
Questa è la caratteristica migliore dei 31knots: che hanno un buon senso della misura e non ci si annoia ad ascoltarli, anche se veniamo da territori distanti.
Ascoltate "Coward with Claws" per credere.
Potrebbero essere anche divertenti da veder suonare live.
Speriamo almeno non abbiano il chiodo e i capelli lunghi.

Alessandro