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Un po' math, un po' prog,
un po' (molto po') pop i portlandesi 31 knots hanno le carte
in regola per essere amati da chi non legge il nostro
magazine. Però son validi e degni di attenzione. Ricordano
vagamente i Cardiacs. |
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Avevo
già scritto bene dei portlandesi 31 Knots. Un ottimo ep aveva introdotto
al pubblico di indiepop.it le loro prerogative più da rockers che
da poppers e da rockers più articolati di qualunque gruppo indierock
si derogasse qui a recensire. Qualcosa di molto al confine con generi
i cui soli nomi ci spingono giustamente a rivendicare la nostra
distanza e ad accapponare la pelle. Dio (s'esistesse e intercedesse)
saprebbe quanto distanti dal mio percorso spirituale le chitarre
elettriche in distorsione hanno finito per vivacchiare. Un tempo
ascoltavo quei pazzi dei Voivod, redenti dal metal dal male minore
progressive. Saprebbe pure quanto limitati rapporti con strutture
progressive io intrattenga.
Ma perDio! I 31 Knots sono dei tipi creativi, lo posso dire? Lo
posso dire anche qui? Come fanno ad armonizzare così tanti ruvidi
spunti in tracce musicali che sembrano divagare e prendere cento
direzioni nel corso di pochi minuti ed invece rimangono nel perimetro
di se stesse donandosi nella loro natura intima più essenziale come
"canzoni"? E come fanno a sciorinare soluzioni quasi sempre brillanti
per togliersi dagli impacci del rumore fine a se stesso? Sin dal
primo ascolto è ovvio si tratti di un gruppo atipico. Ok, e allora
potete scegliere di accontentarvi di ciò e fieramente riporre il
cd, oppure avventurarvi per concedergli la chance dell'abitudine.
Lo so che non è facile, soprattutto se tenete nel cuore quel meraviglioso
pezzo dei White Birch che scioglie piuttosto che tagliare. Qui si
rocka, si articola, si crea, in senso pieno, una fitta ragnatela
di geometrie chitarristiche, al confine dell'algido sfoggio. C'è
una perfetta sincronia fra chitarra, basso e batteria, e niente
è usato abbastanza da stancare. La voce di John Haege è robusta,
ma non insolentemente virtuosa, la sua chitarra riffa, crea fraseggi
a getto continuo, stacca ed è inarrestabile nel suo certosino integrarsi
con il basso di Jay Winebrenner e la batteria di Jay Pellicci.
La cosa davvero sorprendente a me stesso è che il risultato di tutto
ciò sia decisamente superiore (e rassicurante) dei modi in cui l'esprimo.
Leggendo questa recensione io non comprerei questo disco. Eppure
la sto scrivendo per dirvi che questo disco ha da comprarsi, aggiungendo
che anche gli amanti del pop non ne resteranno troppo delusi. Ovviamente
da secondo/terzo ascolto. E ovviamente non lasciandosi ingannare.
Il quadro di senso emerge ascolto dopo ascolto, gli strumenti scompaiono.
Il senso, che è la canzone, ha un cuore d'oro e inizia a pulsare.
Questo sia detto in generale, col cuore in mano.
Let's talk like blood!
Alessandro
Probabilmente la
musica che siamo soliti chiamare indiepop, ben oltre la chiara indicatività
dei termini che ne compongono l'etichetta starebbe a indicare l'esatta
antitesi del termine frigidità.
Una bella copertina color pastello, qualche chitarrina e tastierina,
voce abbastanza cute ma non tanto da generare dandruff
- lo sapete, no?
Frigido, partendo da qui, sarebbe qualcosa in cui l'elemento *articolazione
strumentale* predominasse sulla "sostanza", fissata metafisicamente
(e da me, ora, arbitrariamente) nella melodia.
Avete presente il math rock? (brr..). Avete presente il
progressive? (brrr..) Avete presente la musica intellettuale?
(brrr…) Ecco, questa è musica frigida.
Dovete avere un bel camino e del buon vino per equilibrare.
Voi, ragazze, non cercate di portarvi a letto Glenn Branca; non
ha senso.
Ci sono viceversa un sacco di musicisti indiepop che vivono di sentimenti
molto comunicabili, e non hanno mai affinato certi mezzi di seduzione.
Mi arriva il nuovo mini lp dei portlandesi 31knots. 5 pezzi.
Lo ascolto prevenuto, frigidamente, perché so che mi aspetta
una bella dose di frigidità.
Lo sheet allegato al plico suggerisce che i 31 knots siano
il più grande gruppo mai apparso sulla terra; mi dico: perfetto,
i conti tornano, è sicuramente un disco prog.
Ma una chance bisogna darla.
Darla è sempre meglio. Anche in ambito indiepop; ma basta
qui con la sottile ironia.
Non drammatizziamo, dunque, perché il disco si fa ascoltare,
e ben oltre il fatto che ho premuto play sul lettore e
pago la bolletta all'Enel.
All'attacco mi vengono in mente gli ultimi Voivod, che non so come,
riuscivo ad amare in tempi di formazione culturale. E anche ora,
l'effetto è interessante; chitarre taglienti legate a sferragliate
di batteria in stop and go.
C'è una buona attitudine, però, a tramare sotto questi
elementi esteriori e costruire canzoni, se non memorabili, quantomeno
dotate di motivo intrinseco.
Niente che canticchieremmo sotto la doccia, ma fino a quando paghiamo
la bolletta all'Enel, meritevoli della nostra attenzione.
Prog-pop? Boh, io a questa definizione lego il mio immarcescibile
ricordo dei Cardiacs, perché ad un certo punto la frigida
sfilza di invenzioni strumentali (ma senza bisogno di assoli) si
apriva in squarciate molto pop.
Qui non ci sono radure, ma sempre cartelli che indicano. Ad un certo
punto i cartelli iniziano ad indicare altri cartelli. Però
sono Signori Cartelli. Ad un certo punto vi prende la smania di
non arrivare più da nessuna parte.
Accomodatevi: non ci si arriva.
Se andassimo un po' più avanti in melodia arriveremmo alle
impiastricciate melensaggini dei Muse, se tornassimo un passo indietro
il math (brr..) incomberebbe.
Questa è la caratteristica migliore dei 31knots: che hanno
un buon senso della misura e non ci si annoia ad ascoltarli, anche
se veniamo da territori distanti.
Ascoltate "Coward with Claws" per credere.
Potrebbero essere anche divertenti da veder suonare live.
Speriamo almeno non abbiano il chiodo e i capelli lunghi.
Alessandro
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