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Sono in cinque, vengono da Hull e il loro mix di new wave, elettronica e pop (ma decisamente orientato verso quest'ultimo aspetto) li ha fatti paragonare a Clinic, Human League ed ovviamente ai concittadini Fonda500. Accasatisi alla Damaged Goods, danno alle stampe il loro primo album dopo soli sei mesi di vita della band, facendolo produrre a Luke Barwell di Bitmap.
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Originari di Hull, città che negli anni 80 era la casa degli Housemartins e oggi è quella dei Fonda 500, gli Age of Jets appartengono al nutrito gruppo di indiepoppers illuminati dall'elettronica, e da poppettari chiamati Kid Samson si trasformano in autoprocamata "electro hardcore pop band" con appropriato futuristico nome.
Un cambiamento che è di norma sofferto, come ricorderanno i pochi che assistettero a suo tempo all'analoga transizione (la prima di molte) dei Pop Will Eat Itself, e colto da "Go Go Gadget Pop" in una fase instabile, come se la band, incamminata verso un destino tutto lustrini, si guardasse alle spalle con qualche rimpianto.
Tanto per cominciare: gli Age of Jets sono Electro solo sporadicamente, e l'Hardcore non si manifesta se non nell'insistenza un po' futile con la quale tengono accesi i loro computer. In compenso sono una Pop Band a tutti gli effetti, per l'incertezza twee della voce, per il posto in prima fila riservato alla melodia e anche per quella sottile vena di follia che li attraversa, proponendo impropri accostamenti a Devo e Clinic, il cui impeto sperimentale è/è stato di ben altra portata.
La prima parte dell'album è consacrata al nuovo spirito avventuristico della band: "Beast With A Billion Eyes", "Peter and Sarah", "RPM" giocano con l'elettronica in maniera alquanto chiassosa, ma alternano l'apologia dei computer a pezzi di proverbiale obliquità pop ("For the love of an eskimo") e di entusiasmo chitarristico lungo percorsi tangenziali al power pop ("Fun Fuhrer"), risultando malamente disgiunta.
Da "Volvo" (traccia sette) in avanti gli Age of Jets cambiano pelle, ammorbidiscono il suono che acquista in confusione ma diventa più organico, e il desiderio della band di tenere in vita i molteplici aspetti del proprio sound si scontra con un'immaturità che non sempre rende l'esperienza indolore. Una serie di pezzi su tempi medi, piacevoli e soffici che integrano la componente elettronica a quella elettrica in maniera essenziale e senza sbracature, trovando un gran pezzo nel pop foderato di eco di "Photos of Dead Pets", che nonostante il solito testo essenziale si diletta ad allargarsi negli ampi spazi creati dalla strumentazione, e chiudendo sulle note rilassate di "Stormtrooper", torrenziale sagra elettronica a bassi bpm con testo discorsivo alla Arab Strap.
Il meglio che si può dire dei testi è che sono incisivi: dalla classica autoreferenzialità indiepop di "Popstars" alla già nota "Experience Goes a Long Way" che affronta da una originale prospettiva il tema dell'accoppiamento ("we have our problems when we're copulating/she likes to fuck in one position" è il tormentone) senza per questo risolvere alcun problema. Un'essenzialità che ricalca quella del singolo "RPM", che come labile divertimento estivo è potenzialmente eccezionale.
Alla fine "Go Go Gadget Pop" non racchiude tutte le sorprese promesse dal titolo: per il momento agli Age of Jets manca la personalità per proporre un album valido dall'inizio alla fine, nonché una qualità in grado di pareggiare l'esuberanza giovanile. Ma dopotutto esce in tempo per l'estate, e la strada intrapresa sembra essere quella giusta. Resta una curiosità finale: ma i gadget?
Salvatore
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