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Gli Airport Girl da Nottingham
sono Rob Price, Tris Ashurst, Rich Blackburn, Dave Hill, Jon
Troy e Sean Price, con l'occasionale apporto di Rob Fleay
e Tom McClure che trasformano la band in un ottetto. Sono
stati da poco eletti "il secondo gruppo più lento della Matinée",
per la quale incidono dal 2001 (in UK la label è Fortuna Pop!)
dopo un paio di singoli per FP! e WIAIWYA. Pastels, Go Betweens,
Pavement e a volte persino Modern Lovers i punti di riferimento
più ovvii.
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Dopo averci conquistato con
le visioni agresti di "Honey, I'm an Artist", il sestetto di Nottingham
torna a colpire con quattro pezzi che confermano la vena di eclettismo
che li attraversa: violini, trombe, bonghi. insomma, chi si credono
di essere? La title track peraltro è un capolavoro in miniatura,
una piccola follia orchestrata sulle note del Canone in re maggiore
di Pachelbel (o almeno così ci assicurano) nella quale organo e
violino si prendono teneramente per mano per un paio di preziosi
minuti mentre due note due di chitarra si ripetono per l'intero
pezzo: delizia invernale, tanto bella quanto breve. "When You Fall"
avanza a scatti tra il verde a dispetto di un assolo di tromba che
odora di già sentito, ed in "Easier to Smile" la band improvvisa
addirittura una jam - confusissima e divertita - con Graeme Elston
(Windmills) ai cori e il boss Jimmy Tassos ai. bonghi. Si finisce
un po' sconcertati sul morbido tappeto di triste folkpop steso da
"Been Waiting": come al solito la musica degli Airport Girl sembra
stare insieme grazie ad una qualche specie di colla miracolosa,
ma finché funziona così bene perché lamentarsi?
Salvatore
"Questo può essere l'inizio
di qualcosa di piccolo" recita il primo pezzo di "Honey, I'm
an artist", e non potremmo essere più d'accordo. Oltre alla sconsolata
ironia, il sestetto di Nottingham ha infatti da offrire una scrittura
pop assai deviata che probabilmente non li consegnerà alla storia
della musica ma rende assolutamente godibili i loro lavori. "Honey
I'm an Artist" è un perfetto esempio di espressionismo sonoro come
lo si intendeva negli anni 80: passa con assoluta disinvoltura da
slacker-pop contornato da violini temolanti a ruvido fuzz-pop stile
Primitives prima maniera, o finto folk-agreste con le sagome degli
alberi bene in vista dietro al cantante. Gli Airport Girl danno
l'impressione di non prendersi troppo sul serio ma nemmeno di divertirsi
moltissimo, cosa che in compenso potreste facilmente fare voi fra
le dodici tracce di questo album: se non vi si scioglie il cuore
tra i fiati ingenui di "Hey! Crayola" (e come si può lasciare in
forma strumentale uno dei pezzi migliori del disco proprio non lo
so) avete bisogno di qualche settimana di vacanza, datemi retta.
Ma questo non vuol dire che non ci sia speranza, perché è quasi
impossibile che non troviate un brano che fa per voi tra le onde
e i riffs di "Surf #7 Wave", lo scintillante guitar-pop di "The
foolishness we create throug love is the Closest we Come to Greatness"
che staziona in zona Boyracer, o addirittura il crooning con slides
e armonica di "you fill me up". Nonostante manchi loro una canzone
davvero memoragile, gli Airport Girl mi fanno pensare agli Housemartins,
se non altro per la loro continua voglia di esplorare. Fidatevi,
prima o poi la troveranno, quella canzone. Nel frattempo gustiamoci
questo inizio di qualcosa di piccolo.
Salvatore
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