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Ant è Anthony Harding, che
suona la batteria negli Hefner e ha cominciato a comporre
e incidere le sue piccole canzoni nella sua stanza da letto
nel 1988, accumulando in breve tempo un centinaio di brani
di impronta acustica. Esordisce con un singolo su Evil World
(la label di Darren Hayman degli Hefner) e pubblica nel 2000
un miliLP, "Cures for broken hearts" che ne espone
l'estetica: canzoni intimiste e indolenti, delicate e raccolte.
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Orme
sulla neve come fotografie di qualcosa che non c'è più. Ant le osserva
immote nel silenzio, e ricostruisce i passi che l'hanno condotto
sin là. Per farlo, abbandona la fida cameretta di Malmö e porta
la sua chitarra sino a Bologna, dove tra amici incide "Footprints
through the snow", lavoro a tema sulla solitudine che segue al disfacimento
di un rapporto, album costruito sul filo di una fragilità autentica
eppure serena, le cui note entrano a far parte di quello stesso
paesaggio bianco, imperturbabile. Il racconto mostra un coinvolgimento
che travolge la terza persona narrante, un afflato romantico che
non contempla speranza (non che la rifiuti: semplicemente è oltre),
e la musica partecipa a tutto ciò facendosi candida, semplificando
quanto più possibile elementari forme pop che prima d'ora Ant aveva
solo sfiorato, osservando timida lo svolgere dei fatti prestando
alla causa pochi e lievi accordi che ne possano addolcire lo scopo.
Quanto allo scopo, tutto è esplicito sin dal primo pezzo, la spettacolare
"When Your Heart Breaks": quando il tuo cuore si frantuma in
tanti pezzetti, li senti tintinnare nella tasca, mentre cammini
dal suo mondo verso il tuo. Una dichiarazione definitiva, eppure
priva della lucida disperazione di un Quigley: è una presa d'atto,
o forse un rimpianto così insopportabile da trasformarsi involontariamente
in dolcezza.
E allora, a dispetto dei numerosi amici Homesleep giunti ad aiutarlo,
Antony è da solo su questo disco. Solo con le sue storie, che spoglia
di dettagli superflui e spedisce dritte al cuore. Da solo può permettersi
candide confessioni ("sitting in your room was the highlight
of my life", da "We didn't move a muscle"), prolungare l'ultimo
bacio ("That goodbye kiss"), mettere al racconto una firma ("Heading
Home") che è in realtà solo un'altra storia.
Denso di poetica leggera ed essenziale e privo delle indecisioni
del passato, Footprints tratta la delicata materia in esame senza
cinismo, attraverso gli occhi sgranati di chi la vive, ancora, in
prima persona; Mr. Harding entra così nel mondo sinora esclusivo
degli Spearmint, dove ogni canzone sa trovare parole che al resto
del mondo mancano. Per certi versi Footprints è complemento allo
Spearmintiano "My Missing Days", partendo dalla fine e muovendo
passi random attraverso ricordi che non hanno perso di tenerezza.
E in un simile bianco contesto, ogni intrusione di tastiere e violini
nel candido mantello di accordi costruito dalla chitarra di Ant
ha la forza di un grido, di un primo piano sul viso dell'uomo che
racconta di quella volta che ha perso l'amore.
La voce sta fra le note sottili e acute di Martin Stephenson e le
sapienti esitazioni di Wayne Coyne, si sofferma compiaciuta sulla
sillaba finale di ogni strofa, e nei momenti migliori produce campioni
di magica irregolarità, che definire angolari sarebbe troppo ma
che nondimeno conquistano per imprevedibilità in un simile perfettissimo
contesto pop (ancora "When Your Heart Breaks"). Cantasse certe cose
in Italiano forse lo prenderemmo in giro (la poesia goffa di "Haven't
you got anywhere left you can run to?"), ma il filtro della lingua
offre adeguata protezione, e allora bando alle esitazioni: Footprints
è l'album ideale di questo bianco inizio d'anno, che lascia alle
proprie spalle una stagione della vita non per esorcizzarla, ma
per poterla rivisitare senza amarezza, ora e sempre.
Benvenuto, Mr. Harding, al suo primo capolavoro.
Salvatore
(01/06)
Era una notte buia e tempestosa.
Nel suo studio di Malmoe, Svezia, Ant stava provando e riprovando
i pezzi del suo nuovo miniLP. Davanti a lui il suo amico Sven reprimeva
uno sbadiglio.
"Beh, che ne pensi?" chiese Ant. Aveva appena appoggiato a terra
la chitarra dopo l'ennesima versione di "The silence has broken",
uno dei pezzi più ritmati del disco.
Sven sollevò un sopracciglio. "bello, certo". Stava ancora pensando
a quella biondina della sera prima.
"Non ti piace". Ant era sconsolato.
"No, no, mi piace. E' solo che. hai detto che il disco esce per
Homesleep?" Lo sguardo corse ad una copia masterizzata di "Days
before the day" degli Yuppie Flu che giaceva sul tavolo.
"Sì, secondo me è l'etichetta giusta." Colse lo sguardo di Michael.
"Ho anche preso un paio di idee da quel disco. O forse loro le hanno
prese a me, chi può dirlo. Sono Italiani, sai? Hanno tutte queste
fantastiche band indiepop laggiù." Accese il mangianastri e la sua
"Floating on the Breeze" invase l'aria.
"Sì" fece Sven sarcastico. Sembrava una versione ridotta dei Pavement.
No, sembravano gli Yuppie Flu. Anzi no, i Grandaddy. O i Pavement?
Cominciava a non pensare più molto lucidamente. Forse erano le droghe
della sera scorsa. E come diavolo si chiamava quella biondina?
"Ma perché questo disco solista?" chiese. Guardò il disco dei Would-Be-Goods
di fianco allo stereo chiedendosi se sarebbe stato molto maleducato
metterlo su adesso.
"Con gli Hefner non mi sentivo libero di fare pop music. C'era sempre
questo obbligo di usare strumenti acustici. Sai, folk urbano e roba
simile."
Sven non gli fece notare che Ant usava strumenti acustici. Non sarebbe
stato gentile. Era combattuto: le canzoni di Anthony gli piacevano,
erano raccolte e sincere. Piccole pop songs che stavano nel palmo
di una mano. Ma ascoltarne tre di fila era un'impresa titanica.
Represse un altro sbadiglio e fece del suo meglio per concentrarsi.
Ora lo stereo suonava "Cry your little heart out", una bella canzone
per armonica e chitarra che a suo giudizio durava un paio di minuti
più del necessario, tanto che tirò un sospiro di sollievo quando
il tutto sfumò nelle gentili note di tastiera di "There are grey
skies in this sky too", senza dubbio la miglior cosa che Anthony
avesse mai scritto. Era riuscito a bilanciare la presenza degli
strumenti - tastiere, chitarra, percussioni - con una grazia ben
assecondata dall'allegria del cantato. Era un pezzo che lo metteva
sempre di buonumore.
Mentre il finto folk di "White Swans on the water" riportava il
disco nella penombra, Michael si rese improvvisamente conto di cosa
non andava in "Floating on the breeze": era un disco di belle canzoni
monocordi, che la voce di Anthony rendeva sin troppo piatte. Non
era brutta, non era bella, né sgangherata né tenera. Era una voce
anonima, e come tutta la sua formula di pop intimista non era in
grado di reggere adeguatamente per la durata di sei pezzi. Ned veniva
fuori un album adatto alla mezza sera, per accompagnare la pesantezza
delle palpebre nel mondo dei sogni, ma Sven non credeva che Anthony
l'avrebbe preso per un complimento. Una cosa era sicura: ad indiepop.it
non ne sarebbero stati poi così entusiasti. E persino lui sapeva
che quella era la discriminante tra un gran disco e mezzo fallimento.
Non lasciò che la canzone finisse e chiamò l'amico: "Anthony, e
se dessimo dei soldi ai tipi di indiep..."
Sulla sedia di fronte a lui la pancia di Anthony si muoveva su e
giù, gli occhi chiusi e il viso atteggiato ad una espressione di
beata innocenza. E un rumore sommesso e costante proveniva dalla
bocca socchiusa. Senza spegnere lo stereo Sven scrisse su un biglietto
"mi masterizzi gli Yuppie Flu? Grazie S." e uscì in silenzio dalla
casa.
Salvatore
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