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Ant è Anthony Harding, che suona la batteria negli Hefner e ha cominciato a comporre e incidere le sue piccole canzoni nella sua stanza da letto nel 1988, accumulando in breve tempo un centinaio di brani di impronta acustica. Esordisce con un singolo su Evil World (la label di Darren Hayman degli Hefner) e pubblica nel 2000 un miliLP, "Cures for broken hearts" che ne espone l'estetica: canzoni intimiste e indolenti, delicate e raccolte.

 

 

 
 

Discografia:

Cures for Broken Hearts (Fortune and Glory, 2000)
A Long way to blow a kiss (Fortune and Glory, 2002)
Floating on the Breeze (Homesleep, 2003)
Footprints Through The Snow (Homesleep, 2006)

Sito ufficiale:
www.antpop.com

 
 

 

 
 

Footprints through the snow
(Homesleep, 2006)

 
 

Orme sulla neve come fotografie di qualcosa che non c'è più. Ant le osserva immote nel silenzio, e ricostruisce i passi che l'hanno condotto sin là. Per farlo, abbandona la fida cameretta di Malmö e porta la sua chitarra sino a Bologna, dove tra amici incide "Footprints through the snow", lavoro a tema sulla solitudine che segue al disfacimento di un rapporto, album costruito sul filo di una fragilità autentica eppure serena, le cui note entrano a far parte di quello stesso paesaggio bianco, imperturbabile. Il racconto mostra un coinvolgimento che travolge la terza persona narrante, un afflato romantico che non contempla speranza (non che la rifiuti: semplicemente è oltre), e la musica partecipa a tutto ciò facendosi candida, semplificando quanto più possibile elementari forme pop che prima d'ora Ant aveva solo sfiorato, osservando timida lo svolgere dei fatti prestando alla causa pochi e lievi accordi che ne possano addolcire lo scopo.
Quanto allo scopo, tutto è esplicito sin dal primo pezzo, la spettacolare "When Your Heart Breaks": quando il tuo cuore si frantuma in tanti pezzetti, li senti tintinnare nella tasca, mentre cammini dal suo mondo verso il tuo. Una dichiarazione definitiva, eppure priva della lucida disperazione di un Quigley: è una presa d'atto, o forse un rimpianto così insopportabile da trasformarsi involontariamente in dolcezza.
E allora, a dispetto dei numerosi amici Homesleep giunti ad aiutarlo, Antony è da solo su questo disco. Solo con le sue storie, che spoglia di dettagli superflui e spedisce dritte al cuore. Da solo può permettersi candide confessioni ("sitting in your room was the highlight of my life", da "We didn't move a muscle"), prolungare l'ultimo bacio ("That goodbye kiss"), mettere al racconto una firma ("Heading Home") che è in realtà solo un'altra storia.
Denso di poetica leggera ed essenziale e privo delle indecisioni del passato, Footprints tratta la delicata materia in esame senza cinismo, attraverso gli occhi sgranati di chi la vive, ancora, in prima persona; Mr. Harding entra così nel mondo sinora esclusivo degli Spearmint, dove ogni canzone sa trovare parole che al resto del mondo mancano. Per certi versi Footprints è complemento allo Spearmintiano "My Missing Days", partendo dalla fine e muovendo passi random attraverso ricordi che non hanno perso di tenerezza. E in un simile bianco contesto, ogni intrusione di tastiere e violini nel candido mantello di accordi costruito dalla chitarra di Ant ha la forza di un grido, di un primo piano sul viso dell'uomo che racconta di quella volta che ha perso l'amore.
La voce sta fra le note sottili e acute di Martin Stephenson e le sapienti esitazioni di Wayne Coyne, si sofferma compiaciuta sulla sillaba finale di ogni strofa, e nei momenti migliori produce campioni di magica irregolarità, che definire angolari sarebbe troppo ma che nondimeno conquistano per imprevedibilità in un simile perfettissimo contesto pop (ancora "When Your Heart Breaks"). Cantasse certe cose in Italiano forse lo prenderemmo in giro (la poesia goffa di "Haven't you got anywhere left you can run to?"), ma il filtro della lingua offre adeguata protezione, e allora bando alle esitazioni: Footprints è l'album ideale di questo bianco inizio d'anno, che lascia alle proprie spalle una stagione della vita non per esorcizzarla, ma per poterla rivisitare senza amarezza, ora e sempre.
Benvenuto, Mr. Harding, al suo primo capolavoro.

Salvatore
(01/06)


 

 
 

Floating on the breeze
(Homesleep, 2003)

 
 

Era una notte buia e tempestosa. Nel suo studio di Malmoe, Svezia, Ant stava provando e riprovando i pezzi del suo nuovo miniLP. Davanti a lui il suo amico Sven reprimeva uno sbadiglio.

"Beh, che ne pensi?" chiese Ant. Aveva appena appoggiato a terra la chitarra dopo l'ennesima versione di "The silence has broken", uno dei pezzi più ritmati del disco.

Sven sollevò un sopracciglio. "bello, certo". Stava ancora pensando a quella biondina della sera prima.

"Non ti piace". Ant era sconsolato.

"No, no, mi piace. E' solo che. hai detto che il disco esce per Homesleep?" Lo sguardo corse ad una copia masterizzata di "Days before the day" degli Yuppie Flu che giaceva sul tavolo.

"Sì, secondo me è l'etichetta giusta." Colse lo sguardo di Michael. "Ho anche preso un paio di idee da quel disco. O forse loro le hanno prese a me, chi può dirlo. Sono Italiani, sai? Hanno tutte queste fantastiche band indiepop laggiù." Accese il mangianastri e la sua "Floating on the Breeze" invase l'aria.

"Sì" fece Sven sarcastico. Sembrava una versione ridotta dei Pavement. No, sembravano gli Yuppie Flu. Anzi no, i Grandaddy. O i Pavement? Cominciava a non pensare più molto lucidamente. Forse erano le droghe della sera scorsa. E come diavolo si chiamava quella biondina?

"Ma perché questo disco solista?" chiese. Guardò il disco dei Would-Be-Goods di fianco allo stereo chiedendosi se sarebbe stato molto maleducato metterlo su adesso.

"Con gli Hefner non mi sentivo libero di fare pop music. C'era sempre questo obbligo di usare strumenti acustici. Sai, folk urbano e roba simile."

Sven non gli fece notare che Ant usava strumenti acustici. Non sarebbe stato gentile. Era combattuto: le canzoni di Anthony gli piacevano, erano raccolte e sincere. Piccole pop songs che stavano nel palmo di una mano. Ma ascoltarne tre di fila era un'impresa titanica. Represse un altro sbadiglio e fece del suo meglio per concentrarsi. Ora lo stereo suonava "Cry your little heart out", una bella canzone per armonica e chitarra che a suo giudizio durava un paio di minuti più del necessario, tanto che tirò un sospiro di sollievo quando il tutto sfumò nelle gentili note di tastiera di "There are grey skies in this sky too", senza dubbio la miglior cosa che Anthony avesse mai scritto. Era riuscito a bilanciare la presenza degli strumenti - tastiere, chitarra, percussioni - con una grazia ben assecondata dall'allegria del cantato. Era un pezzo che lo metteva sempre di buonumore.
Mentre il finto folk di "White Swans on the water" riportava il disco nella penombra, Michael si rese improvvisamente conto di cosa non andava in "Floating on the breeze": era un disco di belle canzoni monocordi, che la voce di Anthony rendeva sin troppo piatte. Non era brutta, non era bella, né sgangherata né tenera. Era una voce anonima, e come tutta la sua formula di pop intimista non era in grado di reggere adeguatamente per la durata di sei pezzi. Ned veniva fuori un album adatto alla mezza sera, per accompagnare la pesantezza delle palpebre nel mondo dei sogni, ma Sven non credeva che Anthony l'avrebbe preso per un complimento. Una cosa era sicura: ad indiepop.it non ne sarebbero stati poi così entusiasti. E persino lui sapeva che quella era la discriminante tra un gran disco e mezzo fallimento.
Non lasciò che la canzone finisse e chiamò l'amico: "Anthony, e se dessimo dei soldi ai tipi di indiep..."

Sulla sedia di fronte a lui la pancia di Anthony si muoveva su e giù, gli occhi chiusi e il viso atteggiato ad una espressione di beata innocenza. E un rumore sommesso e costante proveniva dalla bocca socchiusa. Senza spegnere lo stereo Sven scrisse su un biglietto "mi masterizzi gli Yuppie Flu? Grazie S." e uscì in silenzio dalla casa.

Salvatore