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Nichilistic post folk-rock? Difficile trovare definizioni
di genere particolari di fronte ad un'entità creativa
così forte come la creatura degli scozzesi Aidan Moffat
e Malcom Middleton, che da quasi dieci anni producono dischi
improntati ad una caustica dissipatezza, aspri ma comunicativi,
e di una innata letterarietà. |
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Gli
Arab Strap su indiepop.it?
Ma anche molto meglio, molto oltre e molto di sicuro.
Più avanti di sé, lasciando solo dentro lo zaino sulle
spalle la maggior parte degli spigoli amelodici, "The last
romance" è un disco duplicemente riuscito e transgender:
in primis perché lascia perdere la batteria elettronica
rockando assai più che nel passato; in secundis (segue lista:) introduce una forma (certo personalissima) di compiutezza
strumental/melodica, mitiga la verbosità sovrimposta ed ergo
amalgama le parti come mai prima.
Malcom Middleton sembra uscito totalmente rinfrancato dall'esperienza
solista - più diretto e quasi affabile strumentalmente -
- Aidan Moffat, ma non vorremmo cantar vittoria troppo presto da
parte sua sembra meglio disposto a concedere una possibilità
di solidità in più alla sua vita.
C'è un grado di maggiore intimità con l'universo che
in qualche modo intacca il ferreo nichilismo sentimentale marchio-di-fabbrica
fino a fargli ammettere, nella quasi - per gli standard arabici
- frivola "There is no ending": not everything must
end. Ve lo sareste mai aspettato?
Ma, hey, non stiamo certo parlando di due agnellini.
Dimenticate per un attimo i frizzi gioiosi di trombette (!) e organetti
(!!) del pezzo (non-)conclusivo, tornate all'inizio.
"Stink" è un pezzo di grazia maestosa, proclamabile
con facilità uno dei vertici assoluti della carriera del
duo; marziale, epico, vorticoso, solidamente ancorato ad una struttura
strofa - ritornello. (Ancora: ve lo sareste mai aspettato?).
"(If there's) No hope for us" con la sua alternanza di
recitato male/female prosegue con durezza e disincantata arrabbiatura,
annoverando un'abilità ormai congenita nella creazione di climax strumentali e sfocia in "Chat in Amsterdam,
Winter 2003" una mesta-dolente radura di fisarmonica apocalittica.
Fin qui, tutto bene e poi la nuova anima da stornellatori: "Don't
ask me to dance", in cui alla lontana potrebbero dare l'impressione
di essere dei New Order regressivi e abbrutiti. "Confession
of a big brother" è invece di una delicatezza esemplare
e consta di chitarra voce e violoncello. Beh, il resto scopritelo
voi, ma non tracurate di considerare che il singolo "Dream
sequence" suona come suonerebbero i Coldplay senza fighettagine
addosso.
Da questo costruitevi un'immagine mentale di quanto questo disco
possa "scorrere" ed esser "tondo".
Scordatevi che sia un disco facile, ma cercate di lasciarvi andare
alla sua estrema, urgente comunicatività.
E' un bene che sia arrivata contemporaneamente al loro - senza dubbio
- miglior disco di sempre.
Chissà cosa ci aspetta ancora poi.
(The boys with the) Arab Strap?
Alessandro
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