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Nichilistic post folk-rock? Difficile trovare definizioni di genere particolari di fronte ad un'entità creativa così forte come la creatura degli scozzesi Aidan Moffat e Malcom Middleton, che da quasi dieci anni producono dischi improntati ad una caustica dissipatezza, aspri ma comunicativi, e di una innata letterarietà.

 

 

 
 

Discografia:

The week never starts round here (Chemikal underground, 1996)
Philophobia (Chemikal underground, 1998)
Elephant shoe (Go beat, 1999)
The red threat (Chemikal underground, 2001)
Monday at the hug & pint (Chemikal underground, 2003)
The Last Romance (Chemikal underground, 2005)

Sito Ufficiale:
www.arabstrap.co.uk

 
 

 

 
 

The Last Romance
(Chemikal Underground, 2005)

 
 

Gli Arab Strap su indiepop.it?
Ma anche molto meglio, molto oltre e molto di sicuro.
Più avanti di sé, lasciando solo dentro lo zaino sulle spalle la maggior parte degli spigoli amelodici, "The last romance" è un disco duplicemente riuscito e transgender: in primis perché lascia perdere la batteria elettronica rockando assai più che nel passato; in secundis (segue lista:) introduce una forma (certo personalissima) di compiutezza strumental/melodica, mitiga la verbosità sovrimposta ed ergo amalgama le parti come mai prima.
Malcom Middleton sembra uscito totalmente rinfrancato dall'esperienza solista - più diretto e quasi affabile strumentalmente - - Aidan Moffat, ma non vorremmo cantar vittoria troppo presto da parte sua sembra meglio disposto a concedere una possibilità di solidità in più alla sua vita.
C'è un grado di maggiore intimità con l'universo che in qualche modo intacca il ferreo nichilismo sentimentale marchio-di-fabbrica fino a fargli ammettere, nella quasi - per gli standard arabici - frivola "There is no ending": not everything must end. Ve lo sareste mai aspettato?

Ma, hey, non stiamo certo parlando di due agnellini.
Dimenticate per un attimo i frizzi gioiosi di trombette (!) e organetti (!!) del pezzo (non-)conclusivo, tornate all'inizio.
"Stink" è un pezzo di grazia maestosa, proclamabile con facilità uno dei vertici assoluti della carriera del duo; marziale, epico, vorticoso, solidamente ancorato ad una struttura strofa - ritornello. (Ancora: ve lo sareste mai aspettato?).
"(If there's) No hope for us" con la sua alternanza di recitato male/female prosegue con durezza e disincantata arrabbiatura, annoverando un'abilità ormai congenita nella creazione di climax strumentali e sfocia in "Chat in Amsterdam, Winter 2003" una mesta-dolente radura di fisarmonica apocalittica.
Fin qui, tutto bene e poi la nuova anima da stornellatori: "Don't ask me to dance", in cui alla lontana potrebbero dare l'impressione di essere dei New Order regressivi e abbrutiti. "Confession of a big brother" è invece di una delicatezza esemplare e consta di chitarra voce e violoncello. Beh, il resto scopritelo voi, ma non tracurate di considerare che il singolo "Dream sequence" suona come suonerebbero i Coldplay senza fighettagine addosso.
Da questo costruitevi un'immagine mentale di quanto questo disco possa "scorrere" ed esser "tondo".
Scordatevi che sia un disco facile, ma cercate di lasciarvi andare alla sua estrema, urgente comunicatività.
E' un bene che sia arrivata contemporaneamente al loro - senza dubbio - miglior disco di sempre.
Chissà cosa ci aspetta ancora poi.
(The boys with the) Arab Strap?

Alessandro