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Ariel Pink è un giovane stralunato e visionario musicista dalle colline di Los Angeles. Un autarchico che, dai fine '90, compone e incide (nello stesso tempo?) tutto da solo, servendosi di voce (voci, cut-up), chitarra, basso, e d'un 8 piste Yamaha MT8 cassette.
Veniamo poi a sapere che: "the drum sounds are all unbelievably created with his mouth".
E lui: "It's just this weird tic that I've had since I was a kid. I do that into a microphone, with a little distortion and I get the sound I want in my head". |
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Come un pittore che si limiti a scarabocchiare con il carboncino, o uno scrittore che abbia pubblicato soltanto racconti brevi, Ariel ci ha sinora deliziato con le sue stupefacenti raccolte di demo casalinghi, che contengono un immaginario ben più vasto delle pareti della sua cameretta e deliziano gli ascoltatori da entrambi i lati dell'oceano.
Da quando i ragazzi di Animal Collective sono andati a stanarlo nella sua stanza, non c'è stata pubblicazione di Ariel Pink che non abbia invitato alla meraviglia, e questo terzo lavoro "House Arrest", che raccoglie registrazioni risalenti al biennio 2001/2 (proseguendo il percorso a ritroso nella sua discografia precedente "The Doldrums") non fa eccezione. Come una rockstar della fantasia, Ariel riduce le magnificienti sinfonie nella sua testa ai minimi termini e le fa entrare in una boombox; più che le raccolte di demo che in effetti sono, i suoi album suonano come piccole esibizioni casalinghe, concerti in miniatura davanti ad un pubblico di amici immaginari invitati ad ammirare i virtuosismi senza fine del nostro. C'è chi ne apprezza il puro talento pop, chi l'incoscienza nel riconsegnare alla pura e semplice musica il soft-pop-rock overprodotto degli anni 70, chi applaude alla disarmante semplicità delle canzoni.
Il problema, ovviamente, è decidere cosa aspettarsi da lui, capire dove stanno i confini del gioco.
Perché la "radio land" di Ariel non è popolata da suoni misteriosi, ma dalle radio FM degli anni 70 ridotte in termini lo-fi nel più improbabile dei percorsi di semplificazione. Altri hanno notato le mancanze emotive dei suoi lavori, che sacrificano l'intensità alla voglia di scoprire quale canzone si nasconde dietro un breve scatto della manopola, ma il gioco rischia di sfociare in una infinita raccolta di bozzetti che potrebbero venire a noia al loro stesso autore.
Qui, Ariel propone il solito campionario di piccole perle: improvvise illuminazioni armoniche innestate sulle coltri di riverbero psych di "Hardcore Pops are fun", il songwriting classico di "West Coast Calamities" innestato da una sorta di country radiofonico, il falsetto alla Bee Gees di "Helen" e il rock '70 sopra le righe di "Gettin' High In The Morning"; ognuna di queste cose è *quasi* una canzone, anzi due/tre canzoni nello stesso pezzo, tante e tali sono le variazioni di tempo e ritmo imposte dall'autore.
Per ora tutto in Ariel Pink è citazione, se non addirittura autocitazione (nella title-track si sente la registrazione della voce del padre che lo rimprovera), e va bene così: dopotutto il ragazzo deve ancora esaurire la sua copiosa riserva di esperimenti. Ma un esperimento è tale se produce risultati, e per il momento Ariel non sembra intenzionato ad esporli. Per quanto ancora potrà rinviare?
Salvatore
Si batte il ferro finchè è caldo. Per non far sgonfiare una preziosa "new sensation" come Ariel Pink, in seguito a "The Doldrums/Vital Pink" i tipi di Paw Tracks saggiamente ristampano anche "Worn Copy", altro capitolo del genietto californiano, edito in principio nel 2003 da Rhystop.
Per quanto mi riguarda rinnovo i favori per questo giovane vulcanico freak auspicando, entro breve, anche la riedizione di "House Arrest", il capitolo che più ci ha entusiasmati.
Un dato su cui riflettere: Ariel Pink è amato o odiato, senza condizioni.
Ancora prevalgono gli scettici. Pink è, insomma, poco coccolato dalla critica(ccia) musicale più insensibile e allineata.
Scherzi a parte: l'atteggiamento della critica è comprensibile. E' anche vero che Pink sta crescendo artisticamente, ma anche in quanto culto, tra conoscenti e scrittori di musica insospettabili.
Ammetto altresì una bendisposizione a stranezze e follie assortite, in ambito pop-rock. Ma una cosa ancora non capisco: come alcuni siano rimasti completamente immuni innanzi a un tale contagio.
Potrei ripetere il discorso generale della recensione precedente: le pubblicazioni pinkiane non si scostano granchè l'una dall'altra, essendo state realizzate, grosso modo, nel lasso di tempo che va dalla fine del secolo scorso ai primi anni del nuovo.
Se un brano può progredire appena, e aderire più, rispetto a un altro, al formato più idoneo, l'insieme poi torna puntualmente a sfaldarsi, ad ammassarsi, alle antiche estasi catatoniche. E'un processo entropico che va sfacendosi e componendosi di nuovo, instancabilmente.
E allora buttiamola giù una definizione: questo è pop del subconscio.
Flusso opaco, come memoria fatta emulsione organica, sgorgo coagito e improbabile, irriso, esibito e compiaciuto, ma sempre in via istintuale.
Questa musica si ciba di scorie, ma anche di spiriti e di sensi, che appartennero a canzoni "hits", celebrate e dimenticate. Qui si rianimano e rivivono zombescamente, non ancora se stesse ma neppure più "nulla" (la suite in apertura, oscura e primordiale, "Trepanated Earth", pioi "Somewhere in Europe/ Hotpink! ", "creepshow" -appunto-, "one on one", o la messe spacey-psichedelica di "Life In L.A.").
"Worn Copy" è saccheggio dalla mitologia rock più riconoscibile (pop, folk, psychobilly, dance, funk) quanto della boscaglia musicale meno battuta e confortante (distorsioni feedback, noise).
Questa musica è reinvenzione distorta, un fondo ammassato non identificabile (affascinante un'altrui immagine pinkiana, Daniel Johnston che rifà i Cure di "Disintegration"), in cui ci si può perdere dentro intere ore: ma il fatto straordinario è che ciò non pesa affatto.
Dunque, quel che parrebbe un insulto, diventa un complimento: è difficile ricordare quale album di Ariel Pink si stia ascoltando.
Il genio andrà fortificandosi (in sé, di sè), o non andrà. Meglio una serie di dischi a fianco all'altro o piuttosto un progresso "decisivo" che comprometta la gradualità cromatica? Spostiamoci sulla questione della forma: i motivi per stuzzicare, Pink li possiede eccome. In particolare il vecchio R. Stevie Moore, artista tra i più incrollabili e coerenti prìncipi indipendenti, può sperare d'aver trovato in questo folle giovanotto il proprio testimone ed erede, il prosecutore ideale delle proprie bizzarre elucubrazioni viniliche.
Nell'eclettismo sistematico di Pink si riversano istintivamente le topiche Moorian-zappiane, di album storici come "What's The Point?" e "1952-19??".
Come una filiazione, un passaggio artistico se non una vera e propria clonazione.
Ma non solo Moore: in questo flusso di detriti musicali distinguiamo gli spontanei, rivelatori assembramenti subconsci di Doo-dooettes, La Forte Four, Bonzo Band, Flossie & The Unicorns, il primo Beck.
Oggi Ariel Pink è ancora in un limbo, è il Beck Hansen pre-"Mellow Gold".
Qualora uscisse dalla propria cantina e udisse le sirene del marketing, la propria vampirica creazione alchemica si sfalderebbe incontrovertibilmente, a contatto con l'atmosfera.
Può darsi che una data sia già stata fissata e avverrà la metamorfosi per questa magica crisalide. Può darsi altresì che siano solo futili catastrofismi e la "Pink farfalla" sorprenderà comunque il mondo. O anche, esauritosi il serbatoio, si volatilizzerà.
Riflessione in calce: i nostri tempi sono costantemente (im)maturi, privi ormai di ogni malizia per originare, alimentare -e favorire!- equivoci d'artista come il nostro Ariel.
Anche fossi un fake internettaro, insomma, "per te stesso ugualmente t'amerei".
Fabio
Dopo
anni di ascolti più disparati, è difficile dire a cosa, come e quando
rimandi esattamente il microcosmo collage di suoni casalinghi di
Ariel Pink, e perchè si può restarne così invischiati, al punto
da lasciar scorrere i suoi cd in heavy rotation per ore.
Quella che infondo, è un'accozzaglia molto "childish" di motivetti
compressi e allacciati.
Difficile, sì.
Val Verde California. Ariel Pink s'è appropriato della cosiddetta
essenza camp, e tra vignette ed esasperato eclettismo, ha
ravvivato e reinventato parodizzando, la canzone tradizionale.
Qua dentro c'è qualcosa di ascoltato ed amato visceralmente, da
tanta musica pop-rock indipendente del passato; un ruminìo dai '70,
'80, '90. Low-fi, synt-pop, ma anche soul, disco.
Qualcosa di assai fraterno con gli esperimenti elettropop di R.
Stevie Moore (con cui il Pink ha anche collaborato e suonato live)
e Ween, col duo Rob Crow e Pea Hix e le loro incisioni con l'Optigan,
e coi neo-folksters anch'essi autoprodotti, Jewelled Antler Collective.
Come non ricordare poi il concittadino Beck Hansen, quello capriccioso
e demenziale pre-loser, dei primissimi lavori.
Il modo di attentare sul corpo della canzone è evidentemente simile.
Ma a cambiare è la percezione, il tessuto è atmosferizzato,
dilatato ed esaminato al "ralenti"; voler valorizzare ogni minuzia
strutturale, tentare nuove interazioni, senza vergogna.
Come sarebbe possibile, altrimenti, che Ariel Pink suoni oggi
come un precursore del genere D.i.y.?
È un suo problema personale: Ariel è davvero un perseguitato, un
ossessionato dalle tante anime pop (buzzin' in his head), da quelli
che ormai non sono che haunted ghosts. Egli percepisce per
quantità e sincronia.
Ariel non è un semplice copista che dici bravino, poi te ne scordi
da un giorno all'altro. Lui non riporta, dice.
Gli album di questo giovane autore, penso anche ad "House Arrest"
del 2002 (poi convogliato, con "Lover Boy", nel primo "Haunted Graffiti"),
possono considerarsi manifesto ideale di qualsiasi "post low-fi"
pop (il "post" rappresenterebbe questo nuovo veder cose in collisione
e in simultaneità.).
Un magma inesauribile che fluttua liberamente tra dimensioni, mette
a soqquadro canzoncine che rivelano tutta la propria stranezza,
estraneità, indolenza. al cui cospetto si prova un misto di irritazione
e di meraviglia.
L'ascolto di questa musica fa indubbiamente regredire d'età. Anche
perchè l'invenzione è memoria.
Va contro natura, contro la propria volontà. E non è una sensazione
meravigliosa?
Ovunque, un tappetino di chitarrine, tastiere giocattolo, battiti
senza posa, e vocine miagolanti sospese a mezz'aria, camuffate per
troppa timidezza dietro incisioni infime e (soprattutto, immagino)
sovrincisioni a 8 piste, zippate e amalgamate assieme.
Ancora una volta muore il senso, il primato della frase. Questa
musica è corso senza sorgente, corso perenne inesauribile.
Come un letto di fiume che osserviamo da una costa, e non ci chiediamo
dove nasce, e dove va a finire.
"Good kids make bad grown ups" coi suoi cambi di tempo e il ritornello
adescante, potrebbe assurgere a hit. Poi il soul alla Ween di "among
dreams", gli scollamenti e i rimossi di "strange fires", "for Kate
I wait", "haunted graffiti", "envelopes another day", "young pilot
astray". tutti esempi di pop in salamoia.
Un insieme strano, inedito, opaco ma sgargiante, euforico e psichedelico.
Paw Tracks, label degli Animal Collective, è una delle etichette
rivelazione dell'anno. Dopo gli ottimi, recenti "Sung Tongs" e "Young
Prayer", opera degli stessi 'Collective, la saga "Haunted Graffiti"
è un altro centro.
Quest' album è il wet-dream del low-fan, pura infezione emotiva
per chi ama la musica in bassa fedeltà, di che restarci sotto per
un pezzo.
Scoprite adesso sto tizio, che ancora non è nessuno. Fra un anno
arrivano tutti, e potrebbe essere già tardi.
Fabio
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