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Ashby è una collaborazione fra la vocalist/songwriter Evelyn Pope e il mulistrumentista e produttore Bill Cowie. Con base a Boston, il duo ha cominciato a registrare canzoni nel 1999, tra vintage pop e lounge d'annata. Il primo album, "Power Ballads" ha trovato pubblicazione in Germania presso la validissima Marina Records e conteneva il delizioso hit "Horizon". Il secondo album, datato 2005, si intitola "Looks Like You've Already Won".

 

 

 
 

Discografia:

Power Ballads (Marina, 2002)
Looks Like You've Already Won (Marina, 2005)

Sito Ufficiale:
www.ashbymusic.com

 
 

 

 
 

Looks Like You'Ve Already Won
(Marina, 2005)

 
 

Non si può far finta di non sapere cosa ci aspetta dietro un album degli Ashby. La voce brasileira di Evelyn Pope, la space bossa/lounge di Bill Cowie, poche o punto chitarre, tanti suoni sintetici, e quel suono che continuamo a chiamare "futurista" sin dagli anni 60, anche se poi il futuro è già arrivato e l'ha lasciato indietro.
Non c'è molto da inventare su questa strada, lo sappiamo, il che non ci ha impedito di entusiasmarci per quella piccola meraviglia indiepop di "Horizon" e di apprezzare l'album che la conteneva ("Power Ballads"), del quale "Looks Like You've Already Won" è ovviamente degna appendice.
More of the same, e dunque esattamente le canzoni che ci aspettavamo dagli Ashby. Classy, rilassanti, senza chitarre (giusto un paio) e con tastiere pirotecniche; spazio e bossanova. E se perdoniamo volentieri l'assenza di un pezzo del calibro di "Horizon" (il che dimostra solo che certi capolavori non si scrivono a comando), peraltro bilanciata da piacevolezze sparse come la linearità spaziale di "Anyone Anywhere" o gli esagerati sussulti di basso della vellutata "Mindset", non possiamo apprezzare la presenza di un clone, inevitabilmente sbiadito, come "Won't Remember", che farà pure dondolare la testa ma rimane una brutta fotocopia.

Non importa: restano dieci pezzi dalla innegabile piacevolezza, formalmente impeccabili, capaci di creare paesaggi virtualmente familiari: i flautini virtuosi di "Troublemaker", uniti ai gorgheggi di Evelyn e a pirotecniche tastiere sambeggianti, dipingono un Brasile che non esiste ma che è nondimeno accettabile nel nostro immaginario, specialmente nelle ore che precedono la sera; e la definizione "da cocktail" non è certo sminuente per gli Ashby, che se in frequenti scelte strumentali (su tutte "Getting Started") approssimano la lounge euro/americana più trita sono pur sempre capaci di guizzi pop che gli epigoni possono solo sognare, ottanteggianti ("He Likes The Sound") o semplicemente esuberanti ("Already Won").
Poco altro da dire: la materia di Ashby è codificata in maniera talmente precisa da non poter fare nuovi accoliti né alienarsi i vecchi. Chi ne odiava la vacuità continuerà a farlo. Chi ne apprezzava la leggerezza anche.
Se lo scopo degli Ashby è di avvicinare il vintage al pop beh, sappiano che la missione si è conclusa con discreto successo tempo fa e non c'è più molto da fare al riguardo. Americani di Germania, e quindi ostracizzati volentieri dalla stampa non teutonica, meritano però di essere ricordati trale sciocchezzuole più piacevoli di inizio millennio.

Salvatore