Ashby è una collaborazione
fra la vocalist/songwriter Evelyn Pope e il mulistrumentista
e produttore Bill Cowie. Con base a Boston, il duo ha cominciato
a registrare canzoni nel 1999, tra vintage pop e lounge d'annata.
Il primo album, "Power Ballads" ha trovato pubblicazione
in Germania presso la validissima Marina Records e conteneva
il delizioso hit "Horizon". Il secondo album, datato
2005, si intitola "Looks Like You've Already Won". |
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Non si può far finta
di non sapere cosa ci aspetta dietro un album degli Ashby. La voce
brasileira di Evelyn Pope, la space bossa/lounge di Bill Cowie,
poche o punto chitarre, tanti suoni sintetici, e quel suono che
continuamo a chiamare "futurista" sin dagli anni 60, anche se poi
il futuro è già arrivato e l'ha lasciato indietro.
Non c'è molto da inventare su questa strada, lo sappiamo, il che
non ci ha impedito di entusiasmarci per quella piccola meraviglia
indiepop di "Horizon" e di apprezzare l'album che la conteneva ("Power
Ballads"), del quale "Looks Like You've Already Won" è ovviamente
degna appendice.
More of the same, e dunque esattamente le canzoni che ci aspettavamo
dagli Ashby. Classy, rilassanti, senza chitarre (giusto un paio)
e con tastiere pirotecniche; spazio e bossanova. E se perdoniamo
volentieri l'assenza di un pezzo del calibro di "Horizon" (il che
dimostra solo che certi capolavori non si scrivono a comando), peraltro
bilanciata da piacevolezze sparse come la linearità spaziale di
"Anyone Anywhere" o gli esagerati sussulti di basso della vellutata
"Mindset", non possiamo apprezzare la presenza di un clone, inevitabilmente
sbiadito, come "Won't Remember", che farà pure dondolare la testa
ma rimane una brutta fotocopia.
Non importa: restano dieci pezzi dalla innegabile piacevolezza,
formalmente impeccabili, capaci di creare paesaggi virtualmente
familiari: i flautini virtuosi di "Troublemaker", uniti ai gorgheggi
di Evelyn e a pirotecniche tastiere sambeggianti, dipingono un Brasile
che non esiste ma che è nondimeno accettabile nel nostro immaginario,
specialmente nelle ore che precedono la sera; e la definizione "da
cocktail" non è certo sminuente per gli Ashby, che se in frequenti
scelte strumentali (su tutte "Getting Started") approssimano la
lounge euro/americana più trita sono pur sempre capaci di guizzi
pop che gli epigoni possono solo sognare, ottanteggianti ("He Likes
The Sound") o semplicemente esuberanti ("Already Won").
Poco altro da dire: la materia di Ashby è codificata in maniera
talmente precisa da non poter fare nuovi accoliti né alienarsi i
vecchi. Chi ne odiava la vacuità continuerà a farlo. Chi ne apprezzava
la leggerezza anche.
Se lo scopo degli Ashby è di avvicinare il vintage al pop beh, sappiano
che la missione si è conclusa con discreto successo tempo fa e non
c'è più molto da fare al riguardo. Americani di Germania, e quindi
ostracizzati volentieri dalla stampa non teutonica, meritano però
di essere ricordati trale sciocchezzuole più piacevoli di inizio
millennio.
Salvatore
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