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At Swim Two Birds è il nome dietro al quale si nasconde Roger Quigley, autore e cantante dei Montgolfier Brothers. Progetto rimasto allo stato embrionale sin dalla fine degli anni 90 e sviluppato successivamente in 10 canzoni pubblicate a 2003 inoltrato dalla Vespertine & Son, è il trionfo della vena intimista di Quigley, con strumentazione sparsa e rigorosamente acustica.

 

 

 
 

Discografia (Roger Quigley):

1969 till god knows when... (Acetone, 1998)
Quigley's Point (Vespertine & Son, 2003)
Returning to the scene of the crime (Green Ufos, 2007)

 
 

 

 
 

Returning to the scene of the crime
(Green Ufos, 2007)

 
 

A volte la nostra malinconia giunge con cristallina purezza ai sensi del mondo. Altre volte lo stesso malessere (che -sì, certo- al contempo affeziona di sé e ci fa star bene) pur sollecitando visioni e tormenti non supera l'ostacolo che all'energia è posto dall'espressione.
Robert Burton produsse un capolavoro anatomico, noi la prima volta abbiamo semplicemente provato a metterla su carta di diario, o ci siamo lasciati andare al telefono ad un umore spettralmente affascinante di cui ha beneficiato un'amica speciale in una sera speciale. C'è insomma questa segreta, intima misura/mistura della malinconia con gli eventi occasionali della vita che ne decreta la sua più o meno nitida traducibilità in arte.
"Quigley's point" (così come "Seventeen stars" dei Montgolfier Brothers) aveva tutta l'aria del miracolo evenemenziale, ovvero del fortunato (sia sottolineato) incontro d'una sensibilità accentuata con un mezzo espressivo (la canzone pop). Era il profondo bisogno di sublimare lo sciatto orrore della banale e squassante quotidianità delle relazioni che s'appropriava d'un mezzo e lo magnificava, proiettandolo a vertici astrali.
"Quigley's point" era disco spartano, semplice, ma d'un'intensità sconvolgente. Si badi bene: intensità che continuiamo ad attribuire tutt'oggi a Roger Quigley, e che, in quel particolare caso, diventava alchemica meraviglia. "Returning to the scene of crime" è il (legittimo) tentativo di fare della magia un lavoro salariato. Anche non scegliendolo, è qualcosa che succede a chi non s'inguittisce. S'intenda: noi preferiamo che sia Roger ad andare in giro per l'Europa con qualcosa in cuore che abbia a che fare con la musica. Lui tutta la vita piuttosto che un qualunque adolescente con allergia da plaid e blog con gli orsacchiotti.
Perché Roger ha il dono della sobrietà. Di quel sussiego disperato che prende alla gola e si maledice in frasi vibranti che solleticano/sollecitano il cuore al brivido. E' sempre una disgrazia ch'egli non si premuri di fornire anche i testi delle sue canzoni a noi non anglofobi e che si debba sempre e perdinci sbobinarle mentalmente come esercizio d'affaticante sottotitolo. Nondimeno esse sanno come aggettare come tagli sulla pelle.
Stavolta però l'ascolto non (mi) dà dolore: è come partecipare ad una funzione religiosa, un rito ciclico di appartenenza alla sfiga. Che è anche giusto. Che è anche bello.
La musica s'è parecchio "normalizzata", ha perso i suoi guizzi di pathos: si controlla meglio. In altri termini è un lavoro più maturo. Non un solo episodio fuori posto, non una nota che diverga da ciò che da sempre sappiamo di Roger. La chitarra è padrona e non concede molto al resto, la voce eppur la surclassa. Le parole fanno lo stesso con lei.
L'unica cosa che penso nelle centinaia di volte in cui mi forzo di far casualmente capitare di ascoltare "Returning to the scene of crime" (e che non sia la totale sovrapposizione della mente al ritmo del mio stesso sangue) è: "Wine destroys the memory" è un pezzo di Morrissey.
Giusto?


 
 

Quigley's Point
(Vespertine & Son, 2003)

 
 

Lo avevamo lasciato sulle note del secondo deludente album dei Montgolfier Bros, arrivato in silenzio e rimasto inopinatamente sullo scaffale a prendere più polvere del necessario. E prima di allora in due preziose tracce sull'album di Transfigurarion. Lo seguiamo con attenzione, Roger Quigley, perché ogni sua parola vale oro.
Ed ecco, out of the blue, dalla rinata Vespertine & Son un piccolo album attribuito alla sigla "At Swim Two Birds" della quale poco è dato sapere oltre a fatto che "ruota attorno alla figura di Roger Patrick Martin Quigley". Con due nomi in più, ma è sempre lui, certo. Un piccolo album per il quale mi sento di spendere una parola forte: capolavoro.
Perché la voce di Quigley, se supportata da materiale all'altezza, sa trovare strade sconosciute verso il cuore, sa far piangere. Era quello che succedeva al primo Montgolfier Bros, e che non riusciva a "The world is flat".
Ma sin dagli accordi acustici che introducono "Little White Lies" si capisce che il materiale di At Swim Two Birds è quanto di più adatto ad assecondare la vena intimista del cantante. Composto e registrato in casa, suonato interamente alla chitarra e alle tastiere, attraversato da fruscii continui e da sporadiche batterie, "Quigley's Point" raggiunge inaudite profondità di riflessione e svela il talento musicale-lirico del suo autore. Cominciamo:

"I stare at your face and I don't know the first thing to say"

Concentrato sui minimi dettagli, Quigley è un Morrissey incapace di crogiolarsi nel proprio malcontento.

"think of a question and decide not even to try again"

Eppure legato alla/dalla stessa irrimediabile (e criminally vulgar) timidezza, ai medesimi rimpianti adolescenziali. La sua è pura malinconia al rallentatore fatta di piccole storie personali, espresse in "Close to" su clamorosi drappeggi acustici.

"Close to understanding why you live alone and me too"

Forse è così che Nick Drake avrebbe cantato (e suonato) nel 2003, con la stessa discreta e limpida noncuranza. Ma se il microcosmo At Swim Two Birds non prevede la presenza del sole, la luce filtra lo stesso, miracolosamente, attraverso crepe melodiche di dirompente bellezza come questa. E poi:

"I simpathize and want you to understand"

il desiderio di accettazione di un uomo solo, come gli scoppiettii che accompagnano "Darling" lungo la sua dissezione di una storia ormai finita:

"Darling, don't call me darling. I'm not your darling anymore"

sotto un breakbeat incessante. Tema percorso di nuovo, stavolta in forma di filastrocca, in "If I sit still", sino alla cruda e inevadibile verità che pervade "I need him", niente più di

"I'm leaving you / to be with him".

Se dovessimo individuare un denominatore comune alle canzoni di "Quigley's Point", nomineremmo senza dubbio la dissezione asettica dei cadaveri delle relazioni, non fosse che la voce del suo autore comunica - al solito - ben altra profondità emotiva. E' questo dono che amplifica i significati, che crea il meraviglioso gioco di luci ed ombre di Punta Quigley, che fa dubitare di ogni parola.
Talmente personale da mettere in musica un weekend sul lago ("Swedish lakes") con tanto di sciacquii e chiacchiericcio, At Swim Two Birds conclude il suo trionfo nei crepitii acustici di "Women of a certain mental age", contornata solo da aloni di voci femminili e da un'eleganza senza tempo. Anche quando non affida il messaggio alle parole Quigley sa essere immenso. Sbaglia solo il mese d'uscita: fosse venuto in autunno, non lo avremmo lasciato mai più.