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Babalot:
lo si lascia parlare, sfogare; è uno di quei tipi che
ama attirare l'attenzione con un eloquio ripartito fra il
seriamente faceto e il facetamente serio, un po' truce, un
po' delirante.
Un bel siculo psichedelico, visionario a tratti opaco; non
ce ne sono molti e occorrerebbe, se non preservarlo, convincerlo
ancora di più di se stesso (il che equivarrebbe a intensificare
la sua poetica di disconoscimento di se stesso). Bene, auspichiamo
il proliferare dei tubi di ferro a vista. E nuovi edifici
che crollano.
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E'
scoppiata una granata di Babalot, così, en plein air,
improvvisa, frastagliata, imprendibile ed infallibile alla meta
delle indefesse auricole.
Esse si prefiguravano sì un avviso, ma non così brado
e al limite dello spreco.
"Un segno di vita" è überfluss, è
proprio come girare di notte con il megafono per le vie semi-addormentate
del pop d'autore italiano e, sotto l'effetto della mera bruta viva
vitalità d'una mente alla deriva, diffondersi in dettagli
non chiesti, schizzare frammenti di quadri ipoteticamente assimilabili
a capolavori, fossero solo anche vagamente unificati da un'idea
plausibile.
E invece questo cd è una bomba che contiene microbombe e
ogni microbomba contiene solo scarne note e scarne parole. Tutte
insieme hanno la stessa leggerezza e irrelatezza d'un sogno che
non frega a nessuno d'interpretare e che va semplicemente sognato.
Non sono sicuro sarebbe una buona idea fare un'intervista a Babalot.
Non sono sicuro sarebbe interessante avviare seminari per spiegare
l'atteggiamento di chi "ha visto la luce e ha chiuso le tende".
Che non gliene freghi molto già si sapeva, seppure il primo
delirio avente titolo "Cosa succede quando uno muore" faceva intuire che vi fosse chi reggeva il moccolo dell'ispirazione
di Baby professionalmente alzando e abbassando levette di mixer
ed effettaglia. Che si tenesse un po' a rendere Babalot, giustamente,
re d'Italia, insomma.
"Un segno di vita" fa capire una cosa: che il re è nudo e che - wow - non ama i vestiti. Perché altrimenti
sciorinare 15 + 12 pezzi senza il vago spettro di un'intenzione
audiofiliaca?
No, l'idea era invece puntare su quella incompromessa nudità,
che è anche pigrizia, libertà di ruttare immagini
davanti a una birra ghiacciata e una partita di calcio, sostenendone
l'intrinseca bellezza. Tutto ciò che basta per rendere coerente
il dissennato piano è concedere cinquantadue minuti all'ascolto.
Tanti bastano per farsi colpire dalle schegge, per farsi agopunturare
da quest'ispirazione ispida, poco socievole, diremo anche solipsista.
"Un segno di vita" coglie l'artista al suo punto più diarroico, in mezzo ad una colica. Al suo scheletro psichico. Al
suo ludico oppositivismo. In mezzo ai cazzi suoi.
Baby è proprio lì nel suo studiolo a giocare con gli
strumenti e il suo pc come un bimbo nel box. E "Un segno di
vita" è un disco entusiasmante.
Me ne frego e oso: un capolavoro autistico. E a chi invece si divertirà retrospettivamente ad indicare nell'esordio il vero pezzo da novanta,
io dico: ci sono capolavori e capolavori.
Quello è marmoreo, questo è cremoso. Quello è
affettato, questo è fatto a pezzi. Quello era un paese, questo
una città. Quello era in rima, questo in verso libero.
Ma poi, insomma, ascoltate i quindici pezzi "ufficiali" indicati nella tracklist del cd lasciando per un attimo
da parte i dodici aggiuntivi effettivamente incisi: trovatemi un
solo anello debole della catena, un pezzo che non sia, in qualche
suo particolarissimo modo, memorabile.
E se magari vi capita di essere subito catturati da "vuoto"
o "sigarette" o "malattia di luglio" o "antifurto"
o "diavolo" (e vabbè, se mi fisso sulle altre elenco
le altre) non siete comunque al sicuro da "spillatrice"
"smontavo tutto" "ho visto al luce" (e tutte
le altre, quelle elencate prima incluse). Nessun pezzo sopravanza
gli altri, perché non c'è edificazione fra questi
solchi, non c'è l'ombra di un'elevazione estetica, non c'è nessuna stella polare all'orizzonte.
C'è un discorso, coerentemente sgangherato, lucidamente visionario,
magnificamente unico. Chi se ne frega del resto. Chi se ne frega
di altri dodici pezzi che sono "scarti" e invece sono
pienamente altri 12 frammenti di creatività compulsiva
Suppongo che la loro funzione sia quella di rendere meno dolorosa
l'evidenza che dopo un po', anche "un segno di vita" finisce
e tocca rimetterlo daccapo per almeno un paio di vite.
Alessandro
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