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Babalot: lo si lascia parlare, sfogare; è uno di quei tipi che ama attirare l'attenzione con un eloquio ripartito fra il seriamente faceto e il facetamente serio, un po' truce, un po' delirante.
Un bel siculo psichedelico, visionario a tratti opaco; non ce ne sono molti e occorrerebbe, se non preservarlo, convincerlo ancora di più di se stesso (il che equivarrebbe a intensificare la sua poetica di disconoscimento di se stesso). Bene, auspichiamo il proliferare dei tubi di ferro a vista. E nuovi edifici che crollano.

 

 

 
 

Discografia:

Cosa succede quando uno muore (Aiuola, 2003 )
Un segno di vita (Aiuola, 2005 )

Sito Ufficiale:
www.babalot.com

 
 

 

 
 

Un segno di vita
(Aiuola, 2005)

 
 

E' scoppiata una granata di Babalot, così, en plein air, improvvisa, frastagliata, imprendibile ed infallibile alla meta delle indefesse auricole.
Esse si prefiguravano sì un avviso, ma non così brado e al limite dello spreco.
"Un segno di vita" è überfluss, è proprio come girare di notte con il megafono per le vie semi-addormentate del pop d'autore italiano e, sotto l'effetto della mera bruta viva vitalità d'una mente alla deriva, diffondersi in dettagli non chiesti, schizzare frammenti di quadri ipoteticamente assimilabili a capolavori, fossero solo anche vagamente unificati da un'idea plausibile.
E invece questo cd è una bomba che contiene microbombe e ogni microbomba contiene solo scarne note e scarne parole. Tutte insieme hanno la stessa leggerezza e irrelatezza d'un sogno che non frega a nessuno d'interpretare e che va semplicemente sognato.
Non sono sicuro sarebbe una buona idea fare un'intervista a Babalot. Non sono sicuro sarebbe interessante avviare seminari per spiegare l'atteggiamento di chi "ha visto la luce e ha chiuso le tende".
Che non gliene freghi molto già si sapeva, seppure il primo delirio avente titolo "Cosa succede quando uno muore" faceva intuire che vi fosse chi reggeva il moccolo dell'ispirazione di Baby professionalmente alzando e abbassando levette di mixer ed effettaglia. Che si tenesse un po' a rendere Babalot, giustamente, re d'Italia, insomma.
"Un segno di vita" fa capire una cosa: che il re è nudo e che - wow - non ama i vestiti. Perché altrimenti sciorinare 15 + 12 pezzi senza il vago spettro di un'intenzione audiofiliaca?
No, l'idea era invece puntare su quella incompromessa nudità, che è anche pigrizia, libertà di ruttare immagini davanti a una birra ghiacciata e una partita di calcio, sostenendone l'intrinseca bellezza. Tutto ciò che basta per rendere coerente il dissennato piano è concedere cinquantadue minuti all'ascolto. Tanti bastano per farsi colpire dalle schegge, per farsi agopunturare da quest'ispirazione ispida, poco socievole, diremo anche solipsista.
"Un segno di vita" coglie l'artista al suo punto più diarroico, in mezzo ad una colica. Al suo scheletro psichico. Al suo ludico oppositivismo. In mezzo ai cazzi suoi.
Baby è proprio lì nel suo studiolo a giocare con gli strumenti e il suo pc come un bimbo nel box. E "Un segno di vita" è un disco entusiasmante.
Me ne frego e oso: un capolavoro autistico. E a chi invece si divertirà retrospettivamente ad indicare nell'esordio il vero pezzo da novanta, io dico: ci sono capolavori e capolavori.
Quello è marmoreo, questo è cremoso. Quello è affettato, questo è fatto a pezzi. Quello era un paese, questo una città. Quello era in rima, questo in verso libero.
Ma poi, insomma, ascoltate i quindici pezzi "ufficiali" indicati nella tracklist del cd lasciando per un attimo da parte i dodici aggiuntivi effettivamente incisi: trovatemi un solo anello debole della catena, un pezzo che non sia, in qualche suo particolarissimo modo, memorabile.
E se magari vi capita di essere subito catturati da "vuoto" o "sigarette" o "malattia di luglio" o "antifurto" o "diavolo" (e vabbè, se mi fisso sulle altre elenco le altre) non siete comunque al sicuro da "spillatrice" "smontavo tutto" "ho visto al luce" (e tutte le altre, quelle elencate prima incluse). Nessun pezzo sopravanza gli altri, perché non c'è edificazione fra questi solchi, non c'è l'ombra di un'elevazione estetica, non c'è nessuna stella polare all'orizzonte.
C'è un discorso, coerentemente sgangherato, lucidamente visionario, magnificamente unico. Chi se ne frega del resto. Chi se ne frega di altri dodici pezzi che sono "scarti" e invece sono pienamente altri 12 frammenti di creatività compulsiva
Suppongo che la loro funzione sia quella di rendere meno dolorosa l'evidenza che dopo un po', anche "un segno di vita" finisce e tocca rimetterlo daccapo per almeno un paio di vite.

Alessandro