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Gordon McIntyre canta, suona
la chitarra e scrive i testi, Nick reynolds suona il basso,
Katie Griffiths è alle tastiere e ai cori e Gary Morgan suona
la batteria. Questi sono i Ballboy da Edimburgo, Scozia. Da
subito accasati alla piccola etichetta SL, anch'essa di Edimburgo,
hanno pubblicato un EP all'anno dal 1999 (i primi tre sono
stati poi raccolti in "Club Anthems 2001), affermando il loro
indiepop di marca Smithiana sino all'esordio su LP con "A
guide for the daylight hours". Sono distribuiti anche in USA
dalla Manifesto Records.
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Al
terzo album possiamo dirlo con certezza: i Ballboy - e quindi Gordon
McIntyre - amano il trasformismo. Dopo un primo disco di vellutata
consistenza scozzese/smithsiana e un secondo acustico e solista,
il difficile terzo album torna ad essere il lavoro di una band e
prende a modello il lato più ruvido e obliquo del C86 con una nuova
e sorprendente svolta. Bene, abbiamo imparato la lezione e da qui
in avanti ci asterremo dal commentare il possibile futuro dei Ballboy.
Anche perché il presente è quanto di meglio si potesse immaginare
per il buon Gordon e quanto di più gradito possa esistere per i
lettori di questa rivista: "The Royal Theatre" è indiepop al massimo
grado, che pesca in quella inesauribile fucina di suoni riciclati
che fu la scena inglese di metà anni 80 con ispirazione vivissima
e i soliti magnifici testi del loro leader.
Il fuzz morbido che in "Let's Fall in Love and Run Away from Here"
apre la strada a effetti speciali misti di chitarre ed elettronica
annuncia cambiamenti inaspettati: i Ballboy tornano a fare indiepop
nell'accezione originale del termine, che prevede una certa tenerezza
di fondo unita a una chiara consapevolezza - ingenua o meno che
sia - di ciò che si sta cantando, e lo fanno in maniera contraria
ad ogni logica commerciale; sono i Pastels con l'irregolare sezione
ritmica dei Wedding Present, e in comune con le due band hanno anche
la cura melodica che associano all'apparente sciattezza di ognuno
degli undici pezzi dell'album. E McIntyre comincia il disco innamorandosi
di una lapdancer.
"I Don't Have Time to Stand Here with You Fighting About the Size
of My Dick" è ancora più ruvida, quasi imbronciata nelle sue accelerazioni
vocali e cambi di ritmo, con vecchi tastieroni chiamati a supporto
della melodia ad aumentare la polvere posticcia sulla sua schiena.
E qui McIntyre interpreta un rapinatore depresso, che borbotta alla
sua ragazza qualcosa sulla raggiunta sonnolenza del loro rapporto
(e sulle dimensioni del suo pene, certo).
"The Art Of Kissing", ovvero il primo singolo estratto dall'album,
è invece una cosa folk che ricorda i Pogues dei tempi d'oro (alcool
a parte). Veloce, allegra, stupidina, funziona in se, e tanto basta.
Per capirci, potrebbe essere la loro "You Woke Up my Neighborhooid",
ma anziché assecondare l'allegria della musica Gordon canta con
la più grande compassione possibile la lenta morte di un'amante,
la vecchiaia dell'amore, e non sono cose che tutti vogliono sentire.
"There Are Only Inches Between Us, But There Might as Well Be Mountains
and Trees" torna alla densità del C86 incorniciandola nelle istanze
folk che eruttano nel refrain: ne esce un gran pezzo pop, orecchiabile,
travolgente e ingenuo. E qui Gordon e la sua ragazza proprio non
si capiscono.
"We Are Past Our Dancing Days" recupera la dimensione intima dei
Ballboy: ballata per piano e tastiere cantata con così tanta consapevolezza
e pienezza di voce da lasciarsi dietro le pur pregevoli prove soliste
di "The sash". Affidata a strumenti "caldi", tastiere avvolgenti
e una chitarra effettata, trasmette tutta la nostalgia così chiaramente
illustrata dal titolo, anche se non ascoltate le parole. Che parlano
di Gordon ubriaco in un pub, perso nelle sue fantasticherie alcooliche.
E così, tra una nuova storia e una schitarrata, prosegue l'alternanza
citazionista dei Ballboy: "I died for love" omaggia David Gedge,
mischiando la confusione di "Everyone thinks he looks daft" all'impeto
un po' scazzato dei primi McCarthy, senza scordare qualche traccia
di dilemma morrisseyano nella voce; e la ripetizione ipnotica di
"Now You Can Be Good to Yourself at Home" libera tanto il contegno
pop di questo disco che la capacità melodica/iterativa di "a europewide."
che era in fondo prerogativa anche degli Smiths.
E insomma, fra accelerazioni chitarristiche, fuzzbox vere o presunte
e ballate a media luce di grana forse un po' grossa ma emotivamente
pesanti, diventa sempre più difficile uscirsene con una definizone
calzante per la musica dei Ballboy. Crediamo però di poter annoverare
Gordon McIntyre tra i vecchi amanti dell'indiepop, quelli che trovano
ispirazione spulciando qualche polverosa collezione di vinili. Arrivo
a dire che lo spirito dei Wedding Present che furono è più presente
nei solchi di questo disco che non nel nuovo album dei Wedding Present.
E forse non è un caso che il tema ricorrente dei testi, pur tesi
alla solita descrizione ironica e brillante dei rapporti di coppia,
sia il ritorno a casa.
Resta il fatto che, a dispetto dell'indifferenza che questo album
sembra aver suscitato in patria e altrove, i Ballboy si confermano
come band dalle enormi potenzialità. Speriamo non rimangano patrimonio
di pochi intimi.
Salvatore
A
differenza della mia scrivania, il mio mondo ideale è abbastanza
ordinato. Lì non ci sono CD e fogli di carta ovunque, per esempio.
C'è un iPOD (sulla scrivania no, costa troppo) con una sola playlist
indiepop, la migliore possibile in ogni momento anziché le mille
canzoni per le quali devo fare sforzi immani al solo scopo di ricordare
il titolo. In quel mondo un disco di pop orchestrale e barocco esce
in primavera, i Beach Boys suonano soltanto da luglio ad agosto,
e i Ballboy arrivano sul mio stereo quando comincia davvero a fare
freddo.
E a volte il mondo e la scrivania si sfiorano, come stavolta. Perché
"The sash my father wore and other stories" è come nei sogni.
O forse addirittura meglio, perché attraverso la scelta di spogliare
il suono da tutto ciò che non è voce, chitarra o archi, i Ballboy
acquisiscono una dimensione nuova, matura: il loro barocco Smithsiano
si libera di ogni snobismo ed è offerto nella sua nuda ed ingombrante
bellezza. Immaginate i Sodastream ancorati al suolo da una sofferenza
tangibile, o i Gorkys costretti a vivere in un sobborgo urbano:
i Ballboy non sono mai stati un gruppo allegro, ma raggiungono in
questi solchi il distacco dalle miserie umane necessario per rendere
sopportabilmente impersonali anche le sciagure piu' dettagliate.
Data la densità e la personalità del lavoro era forse inevitabile
che i quattro cessassero di essere una band e consegnassero le chiavi
dello studio al loro leader. "The Sash My Father Wore" è soprattutto
un disco di McIntyre, che imprime il suo marchio e il suo volto
ad ogni canzone: "Stronger hearts than mine lie empty", "The sash
my father wore", "Tell me" compilano una raccolta di brevi racconti
in musica che appartiene in toto al suo autore, densa ma foriera
di sconsolati sorrisi, come riusciva a Morrissey nelle giornate
di grazia. E' questa smania comunicativa a dominare il disco e a
dargli un senso, rendendo persino sopportabile l'assenza delle alte
costruzioni di "A Europewide search for love" e dei voli pindarici
che suggeriva: su questo album un pezzo del genere non avrebbe senso.
Ci sono invece reminescenze amare e piene di ironia, arpeggi e derive
folk ricondotte in ambito indie, l'elettricità che ronza improvvisa
da "You should fall in love with me" spezzando al centro esatto
la monotematicità del tutto: il feeling e' il medesimo dei primi
anni 80, quando con una chitarra acustica si poteva davvero fare
di tutto, e non solo scimmiottare Simon&Garfunkel. Anche una cover
assolutamente magnifica di "Born in the USA" per sola chitarra e
voce, sradicata dalla sua casa eppure ancora verissima e pregna.
Resta una vaga sensazione di pesantezza ad indicare che l'equilibrio
non è ancora perfetto, un difetto tanto più evidente quanta meno
attenzione si riserva all'ascolto, ma preferisco credere che faccia
parte dell'inevitabile percorso di crescita. Nell'attesa di decidere
se questo nuovo Ballboy sia un esperimento o una nuova ed inattesa
svolta, coccoliamoci con un dubbio: e se avessimo infine trovato
gli Smiths del 2000?
Salvatore
"The girl who works
in the record shop
she says that I am not avant guarde enough
so what, she only works in a record shop
and I don't give a fuck what she says or she thinks about me"
Può darsi che la ragazza del negozio di dischi abbia ragione: i
Ballboy non sono avant guarde per niente: forse se avessero ascoltato
più Brian Eno e meno Smiths le cose sarebbero diverse. Resta casomai
da vedere in che modo questo può essere un difetto, considerato
che "A day for the daylight hours" è un graditissimo regalo, sia
in valore assoluto che come ennesima dimostrazione della circolarità
del pop.
Seguitemi: i Ballboy sono scozzesi, il loro leader Gordon McIntyre
canta (e spesso parla) con asciutta intensità, scrive liriche personali
ed essenziali e trova il modo di mischiare sesso e musica in "Sex
in Boring", che è il pezzo che Morrissey scriverebbe oggi al posto
di "Panic" o che i Wake canterebbero al posto di "Lousy Pop Group".
Musicalmente sono avventurosi e ingenui quanto i Wedding Present
al tempo in cui la band di David Gedge si era messa in testa di
pubblicare un singolo al mese; e a qualcuno ricorderanno Belle&Sebastian
per l'estrema verbosità e la franchezza delle liriche. Eppure, a
dispetto di queste enciclopediche citazioni, i Ballboy sono una
band fresca e originale, che non ha conti da regolare con il passato:
sono ad Edimburgo, oggi, e architettano titoli lunghissimi ed esilaranti
costruendoci sopra canzoncine da fiera ("You can't spend your whole
life hanging round with arseholes") e desolate ballate da sfigati
vendicativi ("I lost you but I found country music"), attingono
alla inesauribile vena pop scozzese portando in dote una significativa
sensibilità melodica senza trascurare di accendere il suono con
l'elettricità delle chitarre quando è il caso, e se dopo tutto questo
finiscono per ricordare svariate dozzine di bands anni 80, beh,
non è proprio colpa loro. Di sicuro negli eighties pochi avrebbero
rischiato di pubblicare su singolo un pezzo costruito su una partitura
d'archi e un testo parlato come "A Europewide search for love",
che segue cronologicamente il rocker anomalo, irruente e anch'esso
recitato di "Where do the nights of sleep go?". Di sicuro McIntyre
e soci non hanno pensato a cosa avrebbero fatto gli Smiths al posto
loro.
E così, tra pezzi movimentati da chitarre che passano impetuose
a coprire la malinconia delle piogge ("Nobody Really loves everything")
e canzoni genuinamente sbarazzine dal testo troppo bello per essere
vero ("I wonder if you're drunk enough": to sleep with me tonight,
naturalmente), alle prime ore del mattino si ritrova tutta l'innocenza
perduta del pop, il malinconico candore delle band scozzesi che
sembrava temporaneamente perso ma che, lo sappiamo, torna sempre
a casa. E chi se ne frega se non fa abbastanza avanguardia.
Salvatore
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