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Ben Bridwell e Mat Brooke's, già colleghi nei Carissa's Wierd negli anni '90, compongono questa intensa e ombrosa band nel 2004 a Seattle (WA) dividendosi gli strumenti assieme a qualche aiuto di session men esterni e occasionali.<br>
Si fanno poi notare e scritturare dai tipi di SubPop una sera di spalla ad Iron & Wine, il resto è storia di questi giorni. |
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Il duo Band of Horses al proprio esordio è alle prese con un pop di chitarre sgargianti ma assieme livide, paonazze, violacee.
L'amalgama di strumenti ardenti e di liriche crepuscolari adombra dieci ballate di suoni e cromature per natura accese, piegando, obbligando l'ascoltatore a una compartecipazione emotiva, a un'immedesimazione pietista, a un sentimentalismo compassionevole.
Gli elementi delle ballate sono saldamente folk e country di impronta Youngiana adagiati in talami dreampop scintillanti, come crocevia di Mojave 3, Flaming Lips e Porno for Pyros -perché no? Gli acuti monocordi, sognanti e intensissimi del primattore mi sembrano molto simili ai teneri cosmici piagnistei di Farrell-.
Un'opera prima, quella dei Band Of Horses, la cui ragione è senza dubbio stata sollecitata e persuasa da un quasi-esordio, capolavoro, come "The Funeral" dei canadesi Arcade Fire: scandito com'è da una tensione terapeutica inaudita, simile risulta l'opera di suzione mnemonica, lo stordente svelare quell'anima visceralmente umana.
Ebbene quella primordiale ricerca di un senso esistenziale battezza i brani più riusciti di questo "Everything All the Time" ("The First Song", "The Great Salt Lake", "Part One", "St. Augustine").
Non raggiungendo tuttavia la monumentalità elegiaca di quelle vette, anzi mostrando nei propri mezzi densità e compattezza piuttosto monocordi, "Everything All the Time" si prova a indagare ancora quelle strutture dell'inconscio. È percorso da un malioso affine tormentoso filo tematico, da un'autentica ansia di ricerca che offre fascino e gradevolezza non indifferenti, a cui prestar tempo, non così facili da rinvenire in altre opere.
Fabio
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