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I Baskervilles giungono al primo album dopo qualche vicissitudine: la band nasce nel 1993 a Tampa, Florida, quando Rob Keith e Laura Taylor si conoscono in un negozio di dischi. Ne segue una relazione e la nascita del gruppo, che si esibisce dal vivo come cover-band. Dopo la fine della storia tra i due, Keith si trasferisce a New York dove, nel 1998, la band rinasce con una differente line-up, registrando anche gran parte del materiale per un disco che nessuno vuole pubblicare, sino a quando due fans fanno sentire un paio di pezzi al boss della Secret Crush Records. L'album esce finalmente nel 2003 e svela al mondo una splendida miscela di anni 60 (Left banke, Zombies) e 90 (La's, Belle and Sebastian), anche se loro giurano che la principale influenza sono i Television Personalities. Rob Keith e Christoph Gerozissis, rispettivamente chitarra e basso, nel 2002 formano un duo elettronico, gli Autoparty, "ospiti" in un pezzo sull'album d'esordio dei Baskervilles.

 

 

 
 

Discografia:

The Baskervilles (Secret Crush, 2003)

Sito Ufficiale:
www.baskervilles.net

 
 

 

 
 

The Baskervilles
(Secret Crush, 2003)

 
 

Quella dei Baskervilles è una specie di favola. Gli elementi ci sono tutti: un inizio romantico, i tempi difficili da superare e un lieto fine tanto insperato quanto inverosimile. E il fatto che dal quasi scioglimento ad un album supercalifragilicespiralidoso come "The Baskervilles" ci sia di mezzo soprattutto il caso ci mette in guardia sui fattori aleatori che governano il godimento dell'opera d'arte.

E allora: c'era una volta il proprietario di una piccola etichetta indiepop come la Secret Crush Records, un tipo normalissimo con quattro soldi da parte e tanta incoscienza. Un giorno mentre riassettava il suo ufficio e toglieva la polvere dagli scaffali vuoti ecco che gli scrivono due tizi, tali Jeanette e Christopher che senza nemmeno il tempo di presentarsi gli mandano due mp3 di un gruppo di Tampa, Florida, trasferitosi a New York. Uno dei due pezzi in questione si intitola "A free show in Battery Park" ed è:
"Pezzetti di sixties che si inseguono tra i dormitori del campus, riappiccicati con il vinavil in una forma che rasenta la perfezione. La stessa soave leggerezza pop degli Zombies, gli archi che si infilano eleganti in un refrain asciutto e irresistibile, il piano che scorta la melodia cambiando tonalità in uno di quegli effetti che non hanno mai perso la capacità di far venire i brividi, una vaga malinconia che non sai bene da dove arriva ma ti è addosso prima che tu possa aprire l'ombrello. C'è un concerto gratis a Battery Park e una frase meravigliosa, di romanticismo fuori luogo e fuori tempo come "I've heard the group and I'm not a big fan/I'll go if I can hold your hand". Dopo averla ascoltata sai che c'è una sola cosa che te la può scrollare di dosso, vai a recuperare "Odissey and Oracle" dallo scaffale in alto e ringrazi in silenzio i Baskervilles."

Il lieto fine è a portata di mano.
C'è (almeno) un'altra cosa stupefacente nei Baskervilles: te ne accorgi nei pezzi con parti di piano o nella psichedelia barocca di "This was the weekend" e "John Riley and the housewives who love him", nella pervicacia nell'inseguire quel tipo di disperata perfezione melodica che ti riduce in lacrime. Ed è il fatto che per quanto ti sforzi, ogni paragone tra questa band e un qualsiasi altro gruppo pop del 2003 suona assurda in partenza. No, i Baskervilles appartengono in toto alla fine degli anni 60, con un gusto per la citazione che non si fa mai molesto. Tutti i dischi di tutte le band che sostengono di ispirarsi ai Left Banke sono vendicati, perché qui c'è l'articolo originale, stupore compreso. E ovviamente non parliamo della scelta dei modelli, ma di puro genio musicale.
Dieci pezzi e dieci aggettivi, un album strutturato come un gioco di specchi, ognuno dei quali restituisce una immagine diversa. Il diario segreto e il gioco delle voci di "The pages of Lisa, bright and dark", i lustrini da tardi annni 60 che scintillano attorno a "Day One, Amanda Year" (state annotando la perfezione dei titoli, spero), tutte cose che ti lasciano addosso un irrefrenabile buonumore e la voglia di cantare. E alla fine c'è "That is the scene - Baskervilles va Autoparty" con quell'incredibile beat Human League: ti fermi a pensare che qui un attimo prima era tutto Left Banke e Zombies, poi contempli la perfezione eighties di un pezzo come questo e.beh. Tanto di cappello.

Ci sono tanti motivi per amare questo disco, ma quello decisivo è che i Baskervilles sono i Baskervilles e basta. Loro lo sanno, e per questo sembra che il prossimo disco si intitolerà "The 5 Minutes That Changed Your Life...".
Un disco straordinario.

Salvatore