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Voce e leader degli Housemartins
sino al 1989, allo scioglimento di quella band Paul Heaton
(chitarra, voce) assembla i Beautiful South, portandosi dietro
il batterista Dave Hemingway (qui alla voce) e reclutando
Dave Rotheray (chitarra), con il quale formerà un sodalizio
compositivo tra i più fruttuosi del decennio, Sean Welch (basso),
l'ex roadie degli Housemartins David Stead (batteria) e Brianna
Corrigan (voce). Il primo album, "Welcome to the Beautiful
South", è fatto di rimasugli di Housemartins, ma di notevole
livello. Il successivo "Choke" comincia a scavare un fossato
tra passato e presente, facendo approdare Heaton ad un popwriting
più classico e posato, ma sempre percorso da una ironia irresistibile
e con uno sguardo disincantato sulle contraddizioni della
società inglese. Da lì in poi la band non ha più molto da
aggiungere al suo percorso artistico, ma raccoglie un notevole
successo di pubblico, ottenendo un clamoroso successo con
la raccolta "Carry On Up The Charts", che rimane per mesi
in cima alla classifiche Uk e diventando una delle più prolifiche
e redditizie realtà pop inglesi. Brianna Corrigan è sostituita
al canto prima da Jacqui Abbott e poi da Alison Wheeler.
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Discografia:
• Welcome to the Beautiful
South (Go!Discs, 1989)
• Choke (Go!Discs,
1990)
• 0898 (Go!Discs,
1992)
• Miaow (Go!Discs,
1994)
• Carry On Up The Charts
(Go!Discs, 1994)
• Blue is the Colour
(Go!Discs, 1996)
• Quench (Go!Discs,
1998)
• Painting it Red (Go!Discs,
2000)
• Bronze Hits (Go!Discs,
2001)
• Gaze (Go!Discs,
2003)
• Golddiggas,
Headnodders & Pholk Songs (Go!Discs,
2004)
Sito Ufficiale:
www.beautifulsouth.co.uk
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Si dirà
che ormai il "credito indie" di Paul Heaton dovrebbe essere esaurito.
Dopotutto dagli Housemartins in poi il buon Paul ha scelto di fare
tutt'altre cose. Eppure no, non ancora. Colpa in parte dell'amore
sviscerato per gli Housemartins e per quei cardigans dall'aspetto
così ordinario, o del fatto che anche con i Beautiful South ha sempre
cercato di fare la musica pop più intelligente che una major potesse
sopportare. Oppure è solo che invecchiando si ricordano con nostalgia
i vecchi amici, e che ho questa immagine persistente di lui con
una bottiglia di whisky sul tavolo, così pericolosamente simile
a quella di "Old Red Eyes is Back", che mi rifiuto di metterlo in
un angolo e dimenticarlo.
E' vero, la carriera dei Beautiful South ha ormai da tempo imboccato
una irreversibile traiettoria discendente, ma questo "Golddiggas,
Headnodders & Pholk Songs", confezionato con inusuale fretta a nemmeno
un anno dall'uscita del debole "Gaze", è situato in una realtà parallela.
E' un cover album dei Beautiful South, e a chi pensa che non sia
poi una gran cosa va spiegato - ad esempio - che chi scrive non
è mai più riuscito ad ascoltare "Everybody's Talking" di Harry Nillson
dopo essersi innamorato della versione di Heaton e soci presente
su "Meaow". E lo stesso si può dire delle poche altre cover sparse
lungo quasi quindici anni di carriera, che fossero o meno fedeli
all'originale.
Perché è il caso di riconoscere ai BS di avere il pop nelle loro
corde come pochi altri gruppi al mondo, di saperne cogliere l'essenza
più gioiosa/giocosa e poi riversarla sugli arrangiamenti più bislacchi
e di dubbio gusto in circolazione.
Capirete dunque perché la notizia di un album di cover dei BS è
di quelle che risollevano una giornata storta. E le dodici canzoni
di "Golddiggas" l'hanno resa ancora migliore.
Temo che nulla di ciò che è presente su questo disco possa esaltare
chi non è già stato conquistato dalla stramba pomposità del Paul
Heaton maturo, ma per tutti gli altri sarà un vero e proprio invito
a nozze. Scavando in un repertorio strambo ed eclettico, che omaggia
tanto la propria discendenza indie quanto i classici che si addicono
ad un musicista serio, i Beautiful South se ne escono con un disco
ammaliante e sereno, buono tanto per soddisfare le legittime curiosità
che gli album di cover sollevano quanto per regalare tre quarti
d'ora di buona musica.
Non è dunque casuale la scelta di iniziare con un brano-shock, la
"You're The One That I Want" che John Travolta e Olivia Newton-John
gracchiavano in "Grease", rallentata in ballatone monumentale per
archi e voci intrecciate: è il pezzo più debole del disco ma finirà
di diritto nella categoria delle cover più curiose mai sentite,
insieme alla "I Will Survive" dei Cake. Lo stesso si può dire di
"Don't Fear The Reaper" dei Blue Oyster Cult trasformata in salsa,
ma il superfluo si ferma qui. Perché le dieci canzoni che rimangono
sono oneste rivisitazioni che magnificano le melodie degli originali
("This Will Be Our Year" degli Zombies, "Rebel Prince" di Rufus
Wainwright) oppure semplicemente ne estrapolano il ben presente
potenziale pop (favolosa la "Blitzkrieg Bop" dei Ramones), dimostrando
che una cover dei Beautiful South vale sempre la pena. Anche se
è puzzolente britpop come "Ciao!" dei Lush+Jarvis Cocker, un hit
disco come "Don't Stop Moving" degli S Club 7 o un capolavoro degli
ELO ("Livin' Thing").
Garantito, non ascolterete più gli originali allo stesso modo.
Salvatore
Head over heels is fine
(Unless you're in stilettos)
Se conoscete già i Beautiful South avete sentito spesso questo botta e risposta di fine humor britannico. La voce che propone è di donna (non importa quale), quella che distrugge è di Paul Heaton da Kingston-Upon-Hull, uno dei più prolifici e dotati autori d'Albione.
Per noi che proprio non riusciamo a non volergli un po' di bene,
ogni album dei Beautiful South è una prova difficile. L'ispirazione
è rimasta ferma a "Miaow", che non è proprio il top, ma in fondo
a noi basta che non receda ulteriormente, che si eviti il tracollo
nella sciatteria e nell'anonimato. E che magari nel mezzo di album
tutto sommato trascurabili si nasconda un colpo da maestro dei suoi,
una piccola gemma come "Amsterdam".
Diciamo subito che in "Gaze" questa gemma non c'è, ma non c'è nemmeno
il disastro tanto temuto: è l'ennesimo album a pelo d'acqua, sono
i Beautiful South che cannibalizzano se stessi una volta ancora
ma riescono - anche per la larga benevolenza di cui beneficiano
- a farla franca di nuovo. C'è una nuova voce femminile, Alison
Wheeler, giunta a rimpiazzare Jacqui Abbott e prossima vittima del
"femminismo" di Heaton, ma quasi non ce ne si accorge e tutto suona
più o meno come ai tempi di "Blue is The Colour".
La differenza è che ora che anche le classifiche Inglesi sembrano aver ripudiato i Beautiful South dopo un paio di album malriusciti e una raccolta (Bronze Hits) che forse era meglio evitare, c'è un piacere più sottile nel godimento dell'indomito wit di questo talentuoso ex Housemartins: Heaton non rinuncia alle solite punture al perbenismo UK e non ha perso un'oncia del suo delizioso humor; in "Just a Few Things That I Ain't", primo catchyssimo singolo, ironizza sul suo ruolo di mancata popstar mentre una base funkypop stompa senza sosta, perché rendere convincente il risaputo è sempre stato il suo talento migliore. E in "101% Man" riscatta una esecuzione banalotta con uno stupefacente inno omosex, nel quale bacchetta la religione insinuando che almeno uno dei discepoli doveva pur'essere gay, mentre il coro intona "Sing if you're glad to be gay" di Tom Robinson. Heaton è così: una melodia che si libra leggera dal pattume, l'improvvisa magia che fuoriesce dal mestiere, non certo imparato sui manuali. Gli vogliamo bene per questo.
"Gaze" è l'album di un gruppo che ha detto tutto
quello che di interessante aveva da dire, eppure i Beautiful South
non sono ancora stanchi, o - incapaci di fingere come sono - ci
avrebbero consegnato un album mortifero e piatto. Invece qui c'e'
(se non altro) entusiasmo vero, supportato dall'ormai accertato
mestiere della inossidabile coppia Heaton/Rotheray, che consegna
alla voce di Dave Hemingway una "Sailing Solo" carezzevole e ruffiana
come al solito, devia verso il folk in "The Gate", ripiena di gag
femministe, e passeggia trionfante in "Life vs the lifeless", pura
melodia BS, con un bruciante crescendo strumentale e uno di quei
cori che ti si fissano nel cervello: il senso pop di Gaze" sta tutto
in questo pezzo, cattivo gusto compreso.
Il resto è riempitivo senza scosse e senza lodi, ma ci siamo abituati.
A scuola sarebbe un sei meno, trasformato in sei e mezzo
per spudorato favoritismo.
Salvatore
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