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Paul Butler ed Aaron Fletcher sono i Bees, duo residente sull'Isola di Wight (sì quella del blu della gioventù) e in attività come band dal 2001. Il primo album, "Sunshine Hit Me", ne ha rivelato le capacità di contaminazione tra riferimenti pop/rock, ritmi funky/latini, popelettronica e una intelligente vena neopsichedelica, procurando loro molte lodi e un contratto major con la Virgin. Costretti a cambiare nome in A Band Of Bees dall'esistenza di un gruppo Usa dallo stesso nome, sono tornati all'antico per il secondo album, il favoloso "Free The Bees" che, registrato negli studi Abbey Road, ha gettato alle ortiche tutto il lavoro dell'album d'esordio per dedicarsi ad un ispiratissimo recupero degli anni 60 inglesi, tra garage e freakbeat.

 

 

 
 

Discografia:

Sunshine hit me (We love you, 2001)
Free the Bees (Virgin, 2004)

Sito Ufficiale:
www.thebees.info

 
 

 

 
 

Free the Bees
(Virgin, 2004)

 
 

Graham Coxon, fatti da parte! Questo è il disco dell'estate! E per giunta, dell'estate 1964!

Diciamocelo: quanti di voi, avendo a disposizione un complesso di studi di registrazione tra i più moderni e rinomati al mondo (quelli della EMI di Abbey Road, a Londra) cercherebbero, anziché di sfruttare tutta la tecnologia possibile per incidere un disco moderno, di ignorare il progresso riportando indietro di una quarantina di anni sonorità e arrangiamenti?

I Bees l'hanno fatto, e il risultato è eccellente.

Dopo "Sunshine hit Me", il buon esordio di un paio di anni fa, tra un cambio di denominazione per il mercato americano e uno di casa discografica, i prodi Paul Butler e Aron Fletcher hanno pensato di installarsi, per la registrazione del loro secondo album, nei già citati EMI Studios, e se ne sono usciti con un capolavoro di scrittura e produzione che mette da parte molte delle inflessioni 'soul' e 'ritmate' di cui già i due si erano dimostrati capaci. "Free the Bees" è infatti un disco POP filologicamente perfetto: i suoni sono esattamente quelli che potreste scoprire nella ristampa di un qualsiasi album di qualità inglese dei primi anni '60: niente 'elettronica' (nemmeno quella specie di scoregge analogiche da Moog), chitarre sugli scudi, organi Hammond, batteria 'lontana' e soprattutto tutta sul canale destro!!! Come nei primi mix stereo dei Beatles!!! E pure le percussioni sull'altro canale che fanno "chick chick" dall'inizio alla fine dell'album!!!

Il che (perdonatemi l'eccesso di corsivi entusiasti) grazie al cielo non si esaurisce in un esercizio di stile fine a se stesso: la perizia produttiva dei Bees è messa al servizio di una tendenza compositiva ultraconservatrice, legata a doppio filo all'idea di 'canzonetta' da tre minuti con strofe, incisi, ritornelli - e pure qualche assolo di chitarra: cosa chiedere di più a un disco POP? Per di più, la 'canzonetta' in questione sembra non essere minimamente sfiorata da tutti i tentativi di 'decostruzione'/'ricostruzione' sotto i cui ferri si è ritrovata negli ultimi venti-trent'anni: qui non si tratta di 'riprodurre lo stile di' o di 'ripercorrere i passi di', ma di 'METTERSI IN DIRETTA CONCORRENZA CON' mostri sacri come Brian Wilson o Ray Davies. Il primo, Beach Boys e tutto il resto, è evocato dalle armonie che arricchiscono quasi tutti i ritorelli dell'album; il secondo protegge col suo ghigno beffardo gioiellini di cazzeggio come "No Atmosphere".
I richiami ad altre suggestioni Sixties poi si sprecano: "Horsemen" mette d'accordo Neil Young con gli Zombies; "Chicken Payback" è il classico irresistibile pezzo cretino di quelli che una quarantina di anni fa facevano scoppiare mode da 'ballo dell'estate' tanto quanto le fesserie latino-americane d'oggigiorno (Do the Chicken! The Camel! The Monkey!); "Wash in the Rain" e "These are the Ghosts" sono altri due pezzi melodicamente impeccabili che assieme allo strumentale "The Russian" a base di organo completano quello che, se parlassimo di un LP in vinile, dovremmo celebrare come il migliore Lato A degli ultimi anni.
Non che il Lato B sia da meno: "I Love You" è una perfetta ballata soul strappacore con tanto di fiati e falsetti I loove yooouu (e diciamo la verità, ci vuole del gran fegato a scegliere un titolo e un testo del genere oggi come oggi); "The Start" e "One Glass of Water" tirano in ballo ancora i Kinks (o uno qualsiasi dei meravigliosi gruppi minori di beat/freakbeat e simili di quarant'anni fa), "Hourglass" è un CAPOLAVORO di suono e attitudine anni '60, e via così fino alla fine tra coretti, tamburelli a go go e altre amenità, fino al gran finale di "This is the Land" - immaginatevi LA canzone allegra, solare e festosa: ecco, è proprio così.

Non vergognatevi, quindi, di comprare nel 2004 un disco del 1964! Non vergognatevi di ascoltare un album che NON CONTIENE SUONI A BASSA FEDELTÀ né, se è per quello neanche LA MINIMA TRACCIA DI RITMI ELETTRONICI! Non vergognatevi di amare la musica VECCHIA, nelle intenzioni e nello spirito! FREE THE BEES!

Luca