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Una band che trae denominazione
da una serie televisiva francese su una ragazza e il suo cane
deve per forza essere preziosa. E, per fugare ogni dubbio,
gli scozzesi Belle & Sebastian sono preziosi. Ma "prezioso"
può essere parola negativa e B&S non possiedono le qualità
negative che la parola può contenere: sono timidi ma comunicativi,
dolci ma non melensi, producono magnifiche, delicate melodie.
Capeggiata dal chitarrista/cantante Stuart Murdoch, la band,
composta da sette (ora sei) elementi ha un suono intimo ma
maestoso che deve ugualmente al folk rock e al pop degli anni
sessanta. Ma l'attitudine di Murdoch non solo alla fantasia
e al surreale, ma anche per lo strano e l'inquietante tengono
le canzoni ben ancorate alla realtà concreta.
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Discografia:
• Tigermilk (Jeepster,
1996)
• If you're feeling sinister (Jeepster,
1996)
• The Boy With the Arab Strap (Jeepster,
1998)
• Fold Your Hands Child, You Walk Like a
Peasant (Jeepster, 2000)
• Storytelling
(Jeepster, 2002)
• Dear Catastrophe Waitress
(Rough Trade, 2003)
• Push Barman To Open old Wounds (racc. Jeepster, 2005)
• If You're Feeling Sinister Live at the Barbican (iTunes, 2005)
• The Life Pursuit (Rough Trade, 2006)
Filmografia (DVD):
• Fans
Only (Jeepster, 2003)
Sito ufficiale:
www.belleandsebastian.co.uk |
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A quanto pare ad ogni recensione di "The Life Pursuit" è necessario allegare una filippica che spieghi l'ovvio, organizzata più o meno così: guardate che i B&S sono cambiati, non sono più la stessa band di "When You're Feeling Sinister" bla bla bla. Non posso esimermi, è nel contratto, nel manuale del piccolo recensore. Davvero.
Eppure confesso: sulle prime ho pensato che il sesto album di Belle And Sebastian fosse uno scherzo, un falso clamoroso. Non capivo perché i blog ne parlassero con nonchalance come del "nuovo album di B&S" quando era tanto palesemente una truffa.
Ho aspettato che si rinsavissero.
Poi ho capito: era colpa mia. Stavo elaborando un lutto.
La veglia è terminata quando la radio ha sputato a sorpresa un pezzo così familiare da essermi subito caro, rendendo evidente che non erano i pochi ascolti precedenti di "Another Sunny Day" a restituirmi quella sensazione, ma la sua debita appartenenza alla storia di B&S, a dispetto dei commenti delusi e delle nuove aspettative che seppelliscono ogni nuovo disco di Murdoch e compagnia.
(pronti?)
E allora, mentre i Grandaddy si sciolgono qualche considerazione la si dovrà pur fare: ragazzi, dopo sette anni di onorata carriera non c'è molta scelta: o si cambia (e per davvero) o si riposa in pace, da vivi o da morti non fa differenza. Qualcuno ha il coraggio di ascoltare dall'inizio alla fine un disco nuovo dei REM o degli U2 oggi? E' molto meglio l'oblio dei Grandaddy. Oppure si può incenerire la propria carriera precedente e provare ad iniziarne una nuova.
Murdoch ha oculatamente ponderato la scelta; l'allontanamento di Isobel gli è servito da pretesto - e che pretesto - per mettersi a lavorare con rinnovata consapevolezza su quello che rimaneva di B&S, per costruire un futuro credibile alla band che aveva così attentamente nutrito, per darle finalmente un'età adulta.
Quell'età è adesso e che piaccia o no è figlia di un percorso coerente che consentirebbe al Murdoch di qualche anno fa di non sputare in un occhio alla sua controparte odierna. E' comprensibile che i figli e i fratelli di quella sensibilità così candidamente ostentata si sentano traditi: a loro il futuro non interessava, ma diamo merito a chi in quel futuro - per quanto improbabile - ci ha creduto e investito. Dylan goes electric, baby.
Tanti ascolti dopo, "The Life Pursuit" si è indubbiamente rivelato un album di Belle & Sebastian da cima a fondo, una naturale evoluzione di "Dear Catastrophe Waitress"; ma se quel disco guardava all'ideale, convertendo in istanze classiche e solari la purezza del songwriting di Murdoch, quasi a volersi confrontare con i grandi del genere, TLP accetta di sporcarsi, scende in cortile e si insozza nel fango insieme ai cugini che un tempo disdegnava: soul e country, Motown e glam, T-Rex e Bee-Gees.
Le canzoni si permettono voli pindarici prima vietati, semplicemente perché hanno smesso di vergognarsi: la progressione di basso e i trucchetti d'arrangiamento di "Funny Little Frog" un tempo blasfemi congiurano oggi uno splendido primo singolo, il rock 70 e la padronanza dei grooves sfoggiata da "The blues are still blue" sono l'epitome del catchy, come i riffoni alla T-Rex di quella "White collar boy", che mette a frutto un decennio d'esperienza in armonie; e tanti sono i suoni stipati in ogni pezzo che quasi non ci si accorgere dell'assenza degli archi, privazione simbolica che sancisce la rottura con il passato recente e la necessità di reinventarsi.
E poi ok, magari c'è qualcosa che non va nel modello Steviewonder di "Song For Sunshine", ma il gioco della band è troppo pericoloso per non combinare almeno una frittata.
Quello che non cambia, ed anzi migliora con il tempo, è la capacità lirica di Murdoch, sempre in grande spolvero e capace di adattarsi tanto all'esaltata grandeur musicale quanto ai rari momenti di intimismo: le due parti di "Act of the Apostles", le vivide immagini della fuggitiva "Sukie in the graveyard", persino la finta allegria di "Another Sunny Day" restituiscono quadretti autentici di vita, come capitoli di una storia a puntate, che raggiunge il climax emotivo nell'affranta reinescenza di "Dress Up in You", sorta di resa priva di astio ad una amica/rivale, e più in generale al peso dell'esistenza.
Non posso sapere per quanto tempo ci accompagnerà The Life Pursuit, se la sua forza propulsiva si dimostrerà limitata a pochi mesi come quella di Dear Catastrophe Waitress o getterà la basi per un nuovo culto, tanto più numeroso e meno devoto del precedente; e quindi accetto di buon grado obiezioni al mio ritardato entusiasmo. Ma che non si parli di perdita di identità: mi pare piuttosto che non esista oggi un gruppo altrettanto sicuro delle proprie scelte, così intimanente coerente con il proprio percorso personale, tanto conscio del proprio passato da volerlo/saperlo rivisitare con la consueta dolcezza pur in un album dichiaratemente sopra le righe come questo.
You can't go home again. I B&S sono morti, viva B&S.
Salvatore
La riproposizione del classico di Belle and Sebastian, eseguito per intero dal vivo da Stewart Murdoch e soci, trova diverse motivazioni. Da anni circolano innumerevoli i bootleg live dei Belle and Sebastian ("Black Sessions" le più note del lotto), peraltro di pessima qualità acustica. Questo Live londinese "at the Barbican Arts Centre" per iTunes, i cui proventi sono destinati in beneficenza, può colmare l'assenza di un live 'ufficiale' del gruppo scozzese, sostenere una giusta causa e rinfocolare un mito.
Non è la prima volta a distanza di anni che una band reinterpreta il meglio di sè per intero: si pensi ad Arthur Lee dei Love che ha suonato live l'intero Forever Changes, oppure lo Smile che Brian Wilson ha rieseguito in studio e dal vivo assieme ai discepoli Wondermints.
If You're Feeling Sinister non ha niente da invidiare a quegli album classici, ne sono convinto da nove anni, esattamente da quando conobbi e in certo senso subii il suo prodigio, al punto da imprigionarmi; quando ancora Belle and Sebastian non erano facile quanto irritante sinonimo di 'tweepop'. Potevano infatti rinvenirsi in "Sinister" più nobili echi softpop, flower e folkpop anni sessanta e settanta (Left Banke, Nick Drake, Ora, Caravan, sino ai più recenti Felt e Miro).
If You're Feeling Sinister a dieci anni di distanza ovvero: "quando eravamo Re".
Chi come chi scrive è innamorato dei primi album dei Sebastian e del genio assoluto di Stewart Murdoch e che quasi neppure tollera le effimere forme estroverse, i tiepidi simulacri dei loro esiti recenti, troverà in questo progetto un accecante miracoloso ritorno di fiamma.
Un'iniziativa talmente spiazzante e inattesa da lasciare interdetti, come un bel sogno a occhi aperti. Se è vero che nei propri massivi concerti gli scozzesi costantemente eseguono i brani del proprio passato, mai era avvenuto organicamente, come in questo caso. E' la prova vivente della simbiosi possibile tra le differenti età di Belle and Sebastian, nonostante gli anni e i cambi di formazione.
Attraverso lo specchio-spettro della copertina, che ribalta l'originario sfondo rosso, rivelatore e terribilmente emozionale dell'immagine intima e ambigua della ragazza, avviene una rivisitazione mitica, iconica, quasi pop warholiana attraverso il 'contrasto' del complementare verde chiaro.
Pensavamo che Murdoch avesse ormai abdicato quel se stesso emotivo e prudente, schivo e introverso, spoglio e vulnerabile delle percezioni di "beautiful", "she's losing it", "the fox in the snow", "The Boy Done Wrong Again". Invece l'album più meritevole del gruppo, che nel 2006 festeggia la propria prima decade, simbolicamente rivive animandosi prodigiosamente in una veste pur sensibilmente contaminata da quelle che sono le espressioni contemporanee dei Sebastian: glassa di pop aereo e sfavillante che tuttavia qui superbamente assiste ed esalta la pregnanza della natura individuale e inerme di quei dieci temi originari.
Soluzioni 'varianti' nella superiore nervatura pop generale, in un controllo meticoloso degli strumenti ormai 'mainstream', in modulazioni catalizzatrici in cui non si rimpiazza il passato: quasi nullo anzi appare il contrasto tra modello e copia.
Si rianimano e si riaccendono vibranti corde, lusinghe che gelosamente accudivamo proteggendole dal corso del tempo, riponendole in nebbie di remoti anfratti cardiaci.
Varianti tanto più care nel baccanale di chitarre e batteria a chiudere "The stars of track and field", nel corpo dylaniano di "Me and the major" e nei trapassi di violino su "Mayfly", nei contemplativi archi della title track, sino alla carnevalesca coda di "Judy and the dream of horses".
Fabio
Che questo DVD sia prodotto destinato soprattutto al pubblico degli aficionados è il titolo stesso a rimarcarlo. Mi obietterò dunque che vi sono almeno tre diversi gradi di aficionados - i tossici, i gravi e i meno gravi. Fisserei arbitrariamente il target ideale di "Fans only" nella categoria di mezzo. Lasciar scorrere le due ore di materiale variamente assortito qui proposto vi lascerà sospesi fra la certezza di aver visto troppo (e di non chiesto) e il desiderio di voler veder di più. Il che forse significa che questo primo DVD licenziato dalla Jeepster Records riesce a mantenere una giusta tensione fra quanto è di pubblico interesse e quanto riguarda invece l'amabile idiozia di chi crede che con i questionari e le interviste si riesca ad avvicinarsi al nucleo d'arte dell'arte. (Ok, siamo ben lieti di auto-assolverci per questo, non è grave).
Per quanto mi riguarda, l'argomento principale a favore dell'esborso dei 26 euro qui richiesti sono le moine (non importa quanto artificiali (e calcatamente whimsical) d'Isobel Campbell. Dotata di un sorriso botticelliano - e di una leggiadria cui perdoneremmo la maggior parte delle bugie che vi sono intrinseche, la vediamo sculettare, correre sui prati, scorrazzare col cane Aldo per il parco, elargire candide stonature live e sì, tangenzialmente suonare il violoncello. Anche in tempi più recenti, con qualche chiletto di più, mi sembra una bella sembianza su cui posare gli occhi. Il DVD assicura ottimi fermo-immagine.
Poi ci sono i video. Ad eccezione di Jonathan David, circonfuso dal suo immacolato bianco e nero e incapsulato nelle sue movenze Jules&Jimiane, e la ballonzolante patinatura di "Legal Man" tutto il materiale sembra girato quasi per caso, con fantasia domestica e poca aderenza alla necessità di produrre dei video. Ciò è rimarchevole, da un certo punto di vista, da un altro è come stare a guardare le nuvole. All'inizio è coinvolgente, dopo un po' ci si rompe le scatole.
Si divertono - sembra - o si divertono a farsi vedere divertiti e lievi come probabilmente li sappiamo essere. Giocano con i pupazzetti, s'autointervistano, ed in generale mostrano un'idea abbastanza alta di se stessi. Daremo loro torto?
Siamo contenti o no che mandino solo il batterista e il trombettista a ritirare il Grammy Award? Boh, possiamo essere tutt'e due cose, tanto non cambia niente.
Forse sono antipatici, i Belle & Sebastian, oppure no.
Bon. Non sembra un argomento sostanziale.
I video però sì, e sono sciattarelli, ostentatamente naif. Fans only. Il titolo è già recensione.
Più gustose risulteranno dunque le esibizioni live, segnatamente gli excerpta dai festival di Coachella (California) e il Glastonbury - dove ben risalta ciò che sempre più ci sembra chiaro: che B&S diventano vieppiù "musicisti" di disco in disco.
Godibile il materiale aggiuntivo (ma aggiuntivo rispetto a quale versione, mi chiedo?) tra cui spicca la conferenza stampa di presentazione di Fold your hands, e godibile la partecipazione della band ad un talk show brasiliano.
Scrivo questo consapevole che - se siete fans - leggere questo, e persino scriverlo, è perfettamente inutile. E' un specie di vizio.
Se ti seguono, non sono i tuoi soldi che vogliono.
Vogliono te.
Alessandro
Non
so come, ma le cose succedono. Non vorrei sbagliarmi, ma sembra
che succedano.
Potrei supporre che più netta è l'impalcatura concettuale che la
mente costruisce, più l'oggetto 'impalcato' assume consistenza in
quanto appunto "oggetto". Più un oggetto è coagulato attorno alla
sua definizione più necessariamente subisce l'assalto del tempo.
In altri termini: più un concetto è definito, più dura è la sua
scorza, prima verrà superato.
Viceversa, ciò che per irresolutezza o profonda saggezza lasciamo
"sciolto" dentro i suoi abiti più larghi, si adatta con più disinvoltura
al divenire, sopravvivendo all'umana impellenza di formalizzare
il disordine della storia in categorie, siano esse morali, metafisiche,
estetiche.
Possiedi le coordinate di un gruppo pop nella mente, ti ricordi
di averle fissate ascolto dopo ascolto, e poi all'improvviso, con
un guizzo di perspicuità meta-cognitiva, scopri che la definizione
che hai distillato e mantenuto (complice il recensore) ha totalmente
rimpiazzato il "gruppo", la sua musica e fors'anche le sensazioni
che hai provato quando erano giovani e forti e belle.
Ho 'sto disco fra le mani, e il concetto aleggiante della grandezza
del gruppo che lo ha prodotto.
Buona parte delle definizioni caduche di Belle & Sebastian svaniscono.
Rimane la grandezza.
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Nella mia mente, da almeno un lustro, Belle & Sebastian sono l'antonomasia
non solo del concetto d'indiepop, ma anche uno dei tre o quattro
centri vivi e pulsanti della storia del rock, ovvero uno
dei luoghi in cui lo Spirito della musica popolare privilegia sostare,
mentre posa per i fotografi del senso storico.
In più, Belle & Sebastian, in linea di successione diretta avevano
raccolto il testimone da artisti la cui fralezza emotiva ha immemorabilmente
imprintato le più segrete corde di più di una generazione.
Pensavo a Donovan, Nick Drake, gli Smiths, i Felt.
Di ognuno di questi giganti conservava un tratto fondante, componendolo
ad arte sotto le credibili direttive d'una sensibilità in cui levità
ed ironia adornavano un serbatoio poetico pressoché inesauribile.
Tutte queste cose, più le vocine di Stuart, Isobel, Stevie & Sarah,
ognuna con la sua specifica modulazione di mood, ognuno col
suo apporto al songwriting complessivo, su cui indiscussamente
il ruolo primario è di Murdoch.
Ogni disco marchiato B&S, nel rispetto di queste caratteristiche,
è stato un tripudio dimesso (mi si perdoni l'ossimoro) d'intimismo
logorroico (e due) e di colorata diafanità (e tre).
Poche bands possono permettersi tre ossimori nella stessa recensione.
Ora però, lasciate perdere la vostra (e la mia) idea preconcetta
di Belle & Sebastian e provate a dare un riascoltino a "If you're
feeling sinister", ai suoi involuti ghirigori (quattro) d'acustica
malinconia, e poi all'inquieto classicismo (cinque) di "The boy
with the arab strap". Li avete fissati? Bene, potete estendere il
tutto anche all'itterico "Fold your hands child".
Sembra tutto facile: "embè, questi sono i Belle & Sebastian". Poc'altro
da aggiungere. Sembrerebbe.
Poi qualcosa succede. Non so come, ma succede.
Esce Jonathan David, esce "Storytelling", esce "I'm waking up to
us". Ma cosa è "davvero" successo?
Beh sì, Isobel è amichevolmente andata per dedicarsi a se stessa
e ai suoi puttini, ma ciò non basterebbe a spiegare.
Provo ad azzardare: i B&S, consapevoli della riuscita della propria
formula nondimeno avvertono il fiato del tempo sul collo. Quattro
dischi magnifici (includendo la prematura maturità - sei - di Tigermilk)
di magnifica bellessebbastianità sono sufficienti. Lì non c'è altro
da aggiungere.
Murdoch scrive delle deliziose cantilene per un falsetto delizioso,
ma oltre c'è solo Murdoch che continua a scrivere deliziose cantilene
per un falsetto delizioso.
E in fondo non c'è niente in particolare in quei dischi che affermi
la necessità di campare solo di malinconia. Posso anche immaginare
che l'ascesa a band di culto, gli onori e il peana della critica,
l'incremento delle vendite abbiano reso la combriccola mediamente
più allegrotta. E allora?
Ogni generazione ha il suo Dylan gone electric.
E allora sono più che lieto di annunciare il primo vero capolavoro
della fase "bandistica" di Belle & Sebastian.
Commisuriamolo sul suo proprio metro, non cerchiamo improbabili
paragoni col passato: "Dear Catastrophe Waitress" è un disco m i
c i d i a l e.
Non è un disco di B&S ed è massimamente un disco di B&S, ecco l'ossimoro
fondamentale, il sospetto alla base del principio di non-contraddizione.
La puntualità, la spartana economia delle vecchie composizioni si
è allargata a dismisura; ma attenzione: non hanno semplicemente
preso ad aggiungere arrangiamenti e ad articolare di più le canzoni.
Qui non c'è una sola nota fuori posto ora come allora. Murdoch
sta diventando - oltre a ciò ch'era già ovvero: un individuo dotato
d'una spiccata personalità musicale - semplicemente un grande musicista.
E parlo anche di tecnica.
Parlerei poi di affiatamento, di cristallina pulizia dei suoni e
delle trame sonore pur nello strabordante calderone di fiati, vibra,
xylo, ditta-foni, piani e organi elettrici e tutto il resto bacarachianamente
inteso.
V'è una sola canzone che fa (quasi) eccezione, perché avrebbe potuto
appaiare "Fox in the Snow" o "Simple Things" ed è "Lord Anthony".
Inequivocabile. Ma sentite gli archi che ogni tanto partono dal
delizioso falsetto cantilenante. Niente di quella profondità è andata
persa, piuttosto s'è tutta spalmata sulla superficie, evitando ogni
facile banalità o fiacca creativa.
Questo long playing è piuttosto un tour de force,
un mostro di sensibilità e mestiere, un ascolto remunerativo come
poche cose oggidì.
Dai galoppanti sentieri percorsi dalle chitarre twang di
"Step into my office, baby", passando per l'amabile duetto Sarah-Stuart
di "Asleep on a sunbeam" fino alla sorprendente conclusiva "Stay
loose" ch'é un semi-robotico sincopare d'echi e dubbi new wave "Dear
Catastrophe Waitress" è una cavalcata elettrizzate, sarabanda gaudiosa
che distribuisce frizzi e lazzi senza tenere nulla per sé.
Il capolavoro estroverso di Belle & Sebastian.
E questo non è (più) un ossimoro.
Alessandro
La domanda più ansiogena
che l'ascolto di questo - come considerarlo? Il quinto long playing
effettivo di Belle & Sebastian o il quinto extended playing
con contorno di divertissement? Colonna sonora tradizionale
o cremoso yogurth con pezzettoni di canzone? - ingenera nel
bellessebastianofilo che ora scrive è la seguente: e adesso? Quanto
tempo prima della prossima dose? Perché - diciamolo subito -
Storytelling è una dose insufficiente, non qualitativamente ma quantitativamente.
Essa consta di trentacinque minuti ripartiti fra brevi dialoghi
ritagliati dall'omonimo film di Todd Solondz, strumentali "sottofondali"
e 6 nuove tracce di puro Belle & Sebastian style. Tralasciando
i primi (e anzi rimandandovi alla visione del film che s'annuncia
corrosivo e politically uncorrect come -se non più- di "Happiness")
non possiamo non confermare dentro di noi (scongiurando ancora per
un po' la naturale inquietudine che genera la Grazia quando c'è
profusa con costanza) la certezza della perizia strumentale che
il gruppo, che ormai dal vivo ha assunto le sembianze di una vera
e propria big band, ha maturato. Tanto mestiere - unito a raffinatezza
ed eleganza formale (nonostante possa capitare d'imbattersi in scabra
scatologia in guisa di titolo quale "Fuck this shit")
ha permesso di trasfigurare l'originaria e minimale filastroccanza
pop in un adamantino e iperuranico compendio di folk, orchestral,
pop, e donovanismo adattato alla cibernetica; perché comunque
la si voglia mettere Stuart Murdoch è un Donovan dei giorni nostri,
passato attraverso la new wave e la rinascita pop-psichedelica degli
ottanta. Di Donovan sanno qui le costruzioni melodiche anche quando
non imperniate sul caldo e felpato timbro della voce - appunto -
donovaniana. Se qualcosa di diversificante occorre trovare, allora
si dirà che Murdoch possiede una maggiore inclinazione per l'introspezione
umanista piuttosto che per il fiabesco letterario.
I pezzi strumentali scorrono via dunque, solleticanti, trapuntati
da piovasche stille di pianoforte, galleggianti su vapori di sogni
sognati mille volte, trattenuti sul terreno bruno da archi ed echi
sommessi. A contatto con la realtà divengono campagna, e malinconia.
E badate bene: non suoni eteronomi di scarsa o nulla significatività
privati come sono delle immagini per cui furon concepiti, ma solide
melodie, bacharachismi descrittivi e ben fondati bucolicamente.
Difficile sarebbe stato immaginare un adattamento massivo di questi
brandelli di sogno alla poetica solondziana; di fatto solo 6 minuti
effettivi del disco sono impiegati nella pellicola finale.
E se il dulcis deve stare in fundo diremo subito che
siffatto fundo è - neppure a dirlo - uno dei luoghi più dolci e
rinfrancanti concessi allo spirito dell'ascoltatore indie:
"Black And White Unite", la prima "canzone" in cui ci
s'imbatte è una melodia semplice, vagamente country, tutta
giocata sul rincorrersi delle voci pigre di Murdoch e sui ricami
preziosi della chitarra e del piano; "I don't want to play
football" è un tanto breve (57 sec) quanto intenso lieve arpeggio
di piano e voce (più stonatura) la cui poesia vive tutta nel titolo
e nel falsetto di Murdoch; il beachboysmo concentrato e quasi pubblicitario
di "Scooby Driver fugge" rapidamente via preludendo al
finale dilatato e melodioso di "Big John Shaft", con le
trombette e le felpatezze che sono oramai marchio di fabbrica; "Wandering
alone", con le sue ascendenze latine e la sua swingante, languida
e danzante spensieratezza è forse, insieme al duetto Campbell/David
di "Storytelling", (che ascolterete leggendo i titoli
di coda del film e che nel suo brioso pianismo strutturale ricorda
da vicino quella gemma che fu Jonathan David) il momento più memorabile
dell'opera. Un'opera che, se non eguaglia i vertici di composizione
e arrangiamento dei due ultimi singoli (il già citato Jonathan David
e lo statuario Waking up to us) nondimeno continuerà a produrre,
per tutto il tempo del vostro e mio ascolto la domanda che in altri
tempi fu di quegli altri timidoni che ci cambiarono la vita: How
soon is now?
Alessandro |