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 Eric Anders è uno splendido quarantenne di Los Angeles, ogni tanto insegna "scrittura" all'università locale, ogni tanto fa il terapista in una clinica no-profit e due anni fa s'è autoprodotto un disco che non era per niente male, un po' AOR, un po' speziato di psychedelia ambientale, un po' classicamente John Martyn.
Quello di quest'anno "More Regrets" è ugualmente buono e ugualmente opera di autore che sarebbe meglio non dover più recensire riferendone come di uno sconosciuto. |
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Eric Anders.
Probabilmente non avete mai sentito questo nome prima d'ora.
Ve ne dico dunque io: è un tizio di quarant'anni che vive a Los Angeles, insegna "scrittura" all'università locale e due anni fa s'è autoprodotto un disco. Tale disco, titolato "Not at one" non era male per niente.
Quello di quest'anno "More Regrets" è ugualmente buono e ugualmente opera di autore sconosciuto.
Avete presenti quei dischi sornioni, lenti, insistenti ma in fondo molto riposanti? Sono come ondate di stanchezza che avanza e seduce con una voluttà che non si ha mai abbastanza poco cuore per respingere.
"More Regrets" viene dal sonno e conduce al sonno.
Nei suoi momenti migliori però, è la carne appena oltre lo scheletro, che pulsa in profondità, attraversata lungo intere autostrade sensoriali da pulsazioni sensuali.
Il timbro vocale di Eric è lo stesso, per fare qualche esempio, di Ben Watts o, se non ce l'avete presente, di Paul Young (quello della cover di "Love will tear us apart"). Le sue canzoni hanno un sapore di intimità eighties, un retrogusto vagamente psichedelico e sono al servizio della voce. Eleganti, assolutamente senza sbavature (e ciò non è annoverabile necessariamente fra i pregi assoluti), sobrie, sembrano in qualche modo timorose di eccedere la misura confidenziale e psicanalitica dei testi del loro autore.
E allora si sappia che il pregio di questo disco è la sua lenta seduzione. Non ve ne libererete subito. Tornerà a sera inoltrata, quando vorrete sgombrare il campo da proprio tutto. Quando vorrete dare una definizione cogente alla "musica adulta" che - da qualche parte - sembra avere una sua fetta di ascoltatori.
"Song 79", il pezzo meglio riuscito di questa raccolta, è un morbido riff di chitarra elettrica, blueseggiato, accarezzato, stordito, leggermente alcolico: con estrema misura penetra nei corpi cavernosi fino a riempirli. Spesso la canzoni di Eric Anders sembrano dipanarsi da riff iniziali di chitarra, per poi scorrere in aperture melodiche non clamorose ma pure estremamente conseguenziali e garbate.
Non è insomma un disco che piacerà ai fan degli Interpol né a tutti coloro che prendono a pretesto il rock per far fluire l'adrenalina. Viceversa coloro che dipendono da sonniferi e tranquillanti qui troveranno dosati rendiconto, puntuali sedute confessionali, possibili abbozzi della causa per cui le relazioni non vanno. Mi sentirei di consigliarvelo, se trovate che non ci sia niente di male nel compiere quarant'anni e amare alla follia gli Everything but the girl.
Da me gira da 4-5 mesi e non credevo che sarei arrivato sino al punto di farne una recensione.
Tra le altre cose, l'anno scorso Eric ha pubblicato un ep molto politico contenente una canzone titolata "A man for no season", che ovviamente un elogio al presidente degli Stati Uniti non è. Eric si produce i dischi da solo, e a differenza degli Stones, che sono ricchi e potenti, non viene cassato.
Comprate questo disco, per favore. In alternativa scaricate e poi acoltate i primi due minuti di qualunque canzone Eric abbia mai composto dal suo sito. Non sarà tempo buttato.
Alessandro
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