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Coniugando ritmi beat e testi politicizzati, gli Housemartins sono stati uno dei gruppi pop più brillanti d'Inghilterra negli anni 80. Melodie veloci e infettive e la capacità di spaziare in diversi generi musicali (sino al soul e al gospel) tra le loro caratteristiche migliori, esposte al meglio in "London 0 Hull 4", album d'esordio pubblicato nel 1986 e ancor oggi tra i migliori esempi di guitar-pop in esistenza, illuminato da un singolo perfetto come "Happy Hour". Paul Heaton (voce) e Stan Cullimore (chitarra) erano autori di tutti i pezzi, accompagnati da Norman Cook (basso) e Hugh Whitaker (batteria, poi sostituito da Dave Hemingway). All'album seguì il successo improvviso del singolo "Caravan of Love", un antico gospel reinterpretato a cappella dal quartetto che schizzò al primo posto delle classifiche UK, e un secondo LP nel 1987. La band si sciolse poco dopo, e i suoi quattro membri presero direzioni del tutto diverse: Heaton ed Hemingway continuarono l'epopea pop degli Housemartins con i Beautiful South, mentre Norman Cook (più tardi noto come Pizzaman e Fatboy Slim) si spostò in territori dance coi Beats International.

 

 

 
 

Discografia:

London 0 Hull 4 (Go! Discs, 1986)
The People Who Grinned Themselves To Death (Go! Discs, 1987)
Now That's What I Call Quite Good (Go! Discs, 1988, raccolta)
The Best Of (Mercury, 2004, raccolta)

Sito:
www.uglynorth.pwp.blueyonder.co.uk
 
 

 

 
 

The Best Of
(Mercury, 2004)

 
 

Non è passato molto tempo dalle nostre reminiscenze su "London 0 Hull 4" che spunta una nuova raccolta dedicata a questi cinque ragazzotti del nord operaio d'Inghilterra. E certo, una raccolta targata Mercury è l'ultima cosa che ci saremmo aspettati di vedere: ma l'acquisizione major di Go!Beat e successivo fallimento ci costringe a constatare che le cose non cambiano quasi mai in meglio.

E allora, cosa significa una raccolta degli Housemartins oggi? Della loro carica trasgressiva si sa già tutto, della non subalternità alle leggi del mercato anche; fine british humor capace di ironizzare sulla miseria più nera e sulle disuguaglianze sociali, figli bastardi del Thatcherismo e delle sue storture. Ma anche compositori di enorme talento, tecnicamente imperfetti eppure geniali nel riammassare con creatività concetti pop/beat esplosi un ventennio prima. Al tempo non c'era nessuno pronto a dire "sì bravi, ma questa roba è vecchia", non avevamo ancora assistito ad un revival dopo l'altro e la musica degli Housemartins colse tutti impreparati: oggi quel "16 songs, 17 hits!" sulla copertina del primo album fa sorridere, ma al tempo non c'era nulla che gli Housemartins non sembrassero in grado di fare.
Quel che più conta è che davano l'impressione di divertirsi tantissimo facendo tutto questo: una autentica liberazione per tutti gli indie-kid inconsapevoli dell'epoca, certo non autorizzati a sorridere con Smiths e coevi. Gli Housemartins liberarono una generazione dalla seriosità intransigente di Morrissey ma anche dai sensi di colpa generati dagli ascolti più leggeri e così poco seri (Adam Ant?) ai quali inevitabilmente ci si rivolgeva. Ecco un gruppo impegnato e che ti faceva ballare, ridere e incazzare allo stesso tempo. Cosa chiedere di più?
A quel primo album di sorprendente entusiasmo ne seguì un secondo che ne ripercorreva le tappe in maniera forse troppo pedissequa ma ugualmente adorabile: qualcuno lo criticò al tempo ma oggi è inattaccabile. Il concetto di "ripetizione" in un gruppo pop fa sorridere, figuriamoci se ne possiamo fare una colpa a chi come gli Housemartins era capace di alternare al frizzantissimo indie-pop di casa numeri ugualmente convincenti di marca soul (Lean on Me), gospel (I'll be your shelter), accappella (Caravan of Love) e persino di improvvisarsi improbabili b-boys all'ombra del Big Ben (Rap around the clock). Poi venne lo scioglimento, deciso senza acredine tra il lutto dei fans.

Ne consegue che una raccolta come questa ha poca ragione di esistere; meglio procurarsi i due album (entrambi a medio prezzo) o ripiegare sulla preziosissima "Now that's what I call quite good", economica ed esaustiva, compendio definitivo e non superabile della carriera dei quattro Housemartins, per di più con una copertina 1000 volte migliore di questa.
Non dovrebbero dunque sussistere valide giustificazioni all'acquisto di questo "The Best Of", che ripercorre in maniera sin troppo lineare gli hits del gruppo, non fosse che nel frattempo la tecnologia ha prodotto il DVD, qui materializzato nella forma di un bonus disc contenente tutti i video del gruppo, raccordati da brevi siparietti della band stessa. Video che non sono meno imperdibili delle canzoni, anzi ne sono necessario complemento per comprendere lo humor che le percorreva.
Per dirne una: tra il primo e il secondo album la band cambiò batterista. Ebbene, nel video precedente a tale evento ("Five Get Over Ecited"), il vecchio batterista (Hugh Whitaker) veniva chiuso in un sacco dal nuovo (Dave Hemingway), senza che gli altri battessero ciglio, sancendo il passaggio di consegne. E nel video immediatamente successivo ("Me and The Farmer") si vede un tizio chiuso in un sacco che vaga per le campagne cercando la sua band. Una serialità da telefilm. E lo stesso Whitaker che fa il discolo in "Think for a Minute", le statue di plastilina di "Happy Hour", il muro che si chiude attorno alla band in "build".

E allora, dato che nemmeno di questo Best Of si può fare a meno, tanto vale prestare nuovamente orecchio alle musiche, dai due esaltanti singoli d'esordio da museo dell'indiepop, "Sheep" e "Happy Hour", passando per la classicità distesa di "There is always somehting there to remind me" e del suo favoloso inciso finale, per approdare all'entusiasmo rurale di "Me and the farmer" e alla nostalgia così pulita di "Build", il più degno epitaffio per una band sempre sul filo del rasoio.
Canzoni pop come non se ne sono mai più scritte, un distillato di entusiasta perfezione che non mancherà di emozionarvi ancora oggi.

E siccome nessuna storia può dirsi finita senza un giusto epilogo, ecco cosa fanno gli Housemartins oggi:
- Paul Heaton e Dave Hemingway si sono costruiti una carriera di successo nei Beautiful South.
- Norman Cook è il reuccio delle discoteche di Brighton con il nome di Pizzaman/Fatboy Slim, ma questo lo sapete già. Le cronache mondane lo vedono in declino, ma io non ci giurerei: forse fra 10 anni andrà di moda il blues e state certi che lui ci sarà.
- Stan Cullimore si è ritirato dalla musica e adesso scrive libri per bambini, o almeno così si dice.
- Hugh Whitaker ha scontato una pena di 3 anni nelle galere inglesi per aver assalito un debitore con un'ascia, e oggi ogni tanto suona la batteria in una punk band dello Yorkshire (i Percy). Era quello con la testa nel sacco. Ed è a lui che vogliamo più bene.

Salvatore