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The Lodger nasce a Leeds nel 2004, nella camera da letto di Ben Siddall. Contattato dall'etichetta locale Dance To The Radio, assembla in fretta una band e pubblica l'EP "Many Thanks For Your Honest Opinion", prodotto da Alan Smyth (Tghe Long Blondes, Pulp). Nel 2006 The Lodger assume una formazione stabile con Ben a voce e chitarra, Joe Margetts al basso e Katie James alla batteria, e pubblica il singolo "Let Her Go" per Angular Recordings, definitiva consacrazione del songwriting pop di Ben. L'album d'esordio - sempre su Angular - esce nel 2007, si intitola "Grown-Ups" ed è ancora prodotto da Alan Smyth.

 

 

 
 

Discografia:

Grown-Ups (Angular Recording, 2005)

Sito Ufficiale:
www.thelodger.net

 
 

 

 
 

Grown-Ups
(Angular Recording Co, 2007 )

 
 

Di alcune band ci si innamora. Così, senza troppe spiegazioni.
Avrete ormai capito che per quel che mi riguarda The Lodger sono una di quelle band: su queste pagine ve ne abbiamo documentato praticamente ogni passo, dai timidi esordi di "Many Thanks for your honest opinion" a un filotto di singoli di qualità crescente ed eccelsa, agli inediti su myspace, sino a questo parziale lieto fine.
"Grown-Ups" raccoglie e rielabora due anni di attività sparsi su singoli, compilations ed EP e all'affezionato seguace offre soltanto un paio di inediti assoluti, nella forma del rock and roll barocco di "The Story's Over" e nella lunga e ruffiana colonna sonora da film adolescenziale "Bye Bye". Ma non è al fan che dobbiamo spiegare cos'hanno di speciale Ben e i suoi amici, la ripetizione di un miracolo pop che si ripete puntuale in terra d'Albione come la liquefazione del sangue di San Gennaro.
C'è il gusto per gli arpeggi sottili del Roddy Frame d'annata (quell'ultima strofa di "Simply Left Behind" manderà in sollucchero gli orfani di "Oblivion") unito a una voglia di velocità che non sfocia mai nel riff facile e produce invece piccole gioiose esercitazioni rock come "You Got Me Wrong" e "Kicking Sand". C'è una vena malinconica che si appropria del miserabilismo adolescenziale Smitshiano colorandolo di tinte nuove e conducendolo sino all'autodegradazione romantica di "We Come From The Same Place". C'è infine una prodigiosa capacità di songwriting unita ad un gusto melodico straordinario ed incapace di tenersi a freno, espressa in rapidi bonbons come "My advice is on loan" e "Let's Make A Pact".
Più di tutto colpisce la continua ricerca di complicità dell'ascoltatore, una ricerca resa difficoltosa dalla qualità antica del songwriting ma gratificante a più livelli: epidermico/melodico per gli amanti del pop puro, profondo e personale per chi è alla ricerca di vividi tratteggi personali. Una strada già percorsa - con ottimi risultati artistici ma scarsi riscontri di pubblico – dagli Spearmint, ai quali nonostante le diverse fonti di ispirazione mi sento di accostare The Lodger per pura genialità pop e risposta emotiva.

L'assenza di sottintesi, evidenziata dalla strumentazione classica (chitarra-basso-batteria) e dalla rinuncia a sovraincisioni vocali, intende porre l'accento sull'esuberanza del songwriting, ma espone il suono della band senza protezioni, e qualcuno potrebbe essere tentato di etichettarlo come "troppo facile" (alla Coldplay, per capirci). Non è un difetto: un album intitolato "Grown-Ups" non poteva che documentare la crescita di una band, ingenuità comprese. Da adesso Ben e gli altri sono padroni del proprio destino.

Salvatore