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Troppe le band e i progetti
di Lou Barlow per ricordarli tutti. dagli esordi con l'amico
J Mascis nei Deep Wound e nei Dinosaur Jr all'avventura dei
Sebadoh, evoluta nel corso degli anni da duo di pop/folk lo-fi
a ensemble pieno e maturo. Ma Barlow ha sempre cercato una
via di fuga dai progetti troppo serii, rifugiandosi in side
projects che recuperavano la dimensione acustica ed intima
dei primi Sebadoh (Sentridoh, Folk Implosion e (new) Folk
Implosion). Nel 2005 arriva quello che è a tutti gli
effetti il suo primo lavoro solista: Emoh.
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Sulle prime, mi stavo facendo gabbare dai miei eterni pregiudizi su Lou Barlow: è un eccellente autore ma non riesce a mettere assieme un album coerente, difficilmente cura come dovrebbe la produzione dei suoi dischi, non è capace di scremare tra cazzeggio e pezzi da novanta. Per fortuna non è andata così, e ciò ha evitato che vi ammorbassi con una disquisizione sul Barlow solista, con tanto di glorificazione del bel tempo che fu (ah, gli anni '90) e altre simili miserie.
Ciò che mi stava portando all'errore sono i primi tre pezzi di "Emoh", primo album ufficialmente solista del tanto amato Lou: un tris, come si dice, d'assi, che sintetizza al meglio la maturità compositiva e produttiva a cui sembra essere arrivato il Nostro. Arrangiamenti acustici con una spruzzata di ritmi elettronici e suoni 'strani' qui e là, asciutezza compositiva, melodie azzeccate. Se il disco continua così, ho pensato, è un capolavoro. Errore: "Emoh" non è un capolavoro ma rimane un ottimo disco, visto e considerato che il tris di primi è un piccolo bluff, che inganna sul tono generale dell'album. A prevalere sono infatti le atmosfere acustiche, intime e rilassate, che finalmente il Barlow si decide a non immortalare su un quattro tracce con fruscio incorporato (o peggio su un portatile mono) ma a curare quel minimo che basta per dotarle di qualità sonora alta e mini-arrangiamenti (archi, altri discreti tappeti elettronici, e via dicendo), realizzando - finalmente! - quel disco cantautorale 'maturo' sempre presente in embrione nelle passate incarnazioni di Sentridoh, Loobiecore e compagnia bella.
La cosa che più conta, infine, è che questo 'labor limae' sulla produzione ha fatto sì che anche la scaletta, tolti forse un paio di episodi, funzioni perfettamente, e che, pur nel tono compassato e raccolto della quasi totalità dei brani, mostri una coerenza interna, lirica e melodica, che ci fa rimpiangere solo che questo non sia il disco di un esordiente: in tal caso lo avremmo incensato senza sosta. Trattandosi "solo" di Barlow, il problema è evitare la sega-mentale-da-eroe-indie. Fatto questo, c'è solo da godere di un album come "Emoh". (E bando alle nostalgie!)
Luca
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